Spesso gli Americani si innamorano di se stessi. E allora illustrano le loro attitudini migliori. Espongono il loro patrimonio più prezioso, che è il musical. Hollywood ha molto rimaneggiato, metabolizzato, contaminato, ma il musical lo ha proprio inventato. Trattasi dell’unica forma di spettacolo solo-e-tutta-americana. Di conseguenza, per l’occasione, Hollywood non si è lasciata sfuggire la possibilità del riconoscimento massimo. Quando il musical ha concorso, ha vinto. Da Un americano a Parigi, a Gigi, West Syde Story, My Fair Lady, Tutti insieme appassionatamente, Oliver. Dopo il “postmoderno” Moulin Rouge, “riconosciuto ma non del tutto” ecco un film di metallo robusto, di forte espressione e forte sostanza. Dopo l’età dell’oro del genere (infatti occorre tornare molto indietro per l’ Oscar) non è mai facile inventare qualcosa su quei piani, c’era riuscito Bob Fosse (All That Jazz), le altre erano state rivisitazioni o ispirazioni, anche se di grande livello, come Grease. Ma qui Rob Marshall, regista e coreografo, ha preso il toro per le corna. Ha trovato musiche e testi importanti, ha inventato balletti originali e irresistibili (quello dei burattini!), soprattutto ha scoperto due attrici straordinarie, anzi, di più. Diamo per (quasi) scontato che quasi tutte le donne del cinema americano sappiano recitare. Ma ballare e cantare come ballerine e cantanti professioniste è un’altra vicenda. Zellweger e Zeta-Jones portano quel valore aggiunto con talento strepitoso. Velma (Zeta Jones) e Roxie, sconosciute ma talentose, riescono a far parlare di sé uccidendo i mariti e grazie a un avvocato fantasioso e spregiudicato (Gere). La prigione, il processo, i tradimenti, le confessioni, i numeri e il successo. Ironia generale, musica che sempre attraversa travolgente. Tutti registri perfetti. Perfetti in chiave di musical che è, ribadiamo, chiave squisitamente americana e distrattamente italiana. Bravo, ma non come le donne, anche Gere. Delle 14 nomination molti diventeranno Oscar. E’ una scommessa.
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