Sponsor

Visualizzazione post con etichetta Drammatico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Drammatico. Mostra tutti i post

23 gennaio 2012

The Help

Un film di Tate Taylor. Con Emma Stone, Viola Davis, Bryce Dallas Howard, Octavia Spencer, Jessica Chastain. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 137 min. - USA 2012. - Walt Disney uscita venerdì 20 gennaio 2012.

Locandina The Help
Jackson, Mississippi. Inizio degli Anni Sessanta. Skeeter si è appena laureata e il primo impiego che ottiene è presso un giornale locale in cui deve rispondere alla posta delle casalinghe. Le viene però un'idea migliore. Circondata com'è da un razzismo tanto ipocrita quanto esibito e consapevole del fatto che l'educazione dei piccoli, come lo è stata la sua, è nelle mani delle domestiche di colore, decide di raccontare la vita dei bianchi osservata dal punto di vista delle collaboratrici familiari ‘negre' (come allora venivano dispregiativamente chiamate). Inizialmente trova delle ovvie resistenze ma, in concomitanza con la campagna che una delle ‘ladies' lancia affinché nelle abitazioni dei bianchi ci sia un gabinetto riservato alle cameriere, qualche bocca inizia ad aprirsi. La prima a parlare è Aibileen seguita poi da Minny. Il libro di Skeeter comincia a prendere forma e, al contempo, a non essere più ‘suo' ma delle donne che le confidano le umiliazioni patite.
Va detto innanzitutto che è stato meritato il riconoscimento andato ai Golden Globe a Octavia Spencer per il ruolo di Minny e che il film ne meriterebbe molti altri, soprattutto sul piano delle interpretazioni. Film corale al femminile (gli uomini hanno ruoli del tutto secondari) ispirato al romanzo omonimo di Kathryn Stockett (grande successo negli Stati Uniti) The Help ha il pregio di costituire un'efficace ossimoro. È tanto attuale quanto old style. Perché vedendolo la memoria va a film come La lunga strada verso casa, 1990, che vedeva Sissy Spacek (presente anche qui) al fianco di Whoopi Goldberg. La ricostruzione filologicamente correttissima di abiti, ambienti e comportamenti potrebbe rischiare di mangiargli l'anima traducendolo nell'ennesima rivisitazione dei tempi in cui Martin Luther King aveva un sogno e John Fitzgerald Kennedy se lo vedeva stroncare a Dallas. Ma proprio in quella che potrebbe essere la sua apparente debolezza sta la forza di un film che riproponendoci un passato apparentemente così lontano ci fa ‘sentire' (potremmo dire quasi ‘fisicamente') che la sottile, insidiosa linea rossa (per dirla alla Malick visto che qui la Chastain offre un'ulteriore prova del suo eccellente trasformismo recitativo) che separa l'integrazione razziale dal rifiuto non ha interrotto il suo percorso. Mentre osserviamo le vicende dell' “ieri” ci viene da chiederci se quei problemi siano stati risolti una volta per tutte e non solo negli States. La risposta è purtroppo negativa.
Una sensazione di rabbia impotente promana dallo schermo quando si assiste a soprusi mascherati dal bon ton così come all'emarginazione di chi, dalla parte di chi ha la pelle meno scura, osa ‘disturbare' un quieto vivere che per conservarsi tale ‘deve' ignorare i diritti di persone dal cui lavoro dipende il proprio benessere. È un film privo di raffinatezze linguistiche quello di Taylor e quindi forse per questo destinato a piacere poco alla critica ‘impegnata' (anche se ovviamente speriamo di essere smentiti). Tra i vari pregi ha però anche quello di ricordarci che la parola (detta e scritta) ha sempre avuto un valore di riscatto. Prima di rischiare di disperdersi nei talk show.

Volver - Tornare

Un film di Pedro Almodóvar. Con Penelope Cruz, Carmen Maura, Lola Dueñas, Blanca Portillo, Yohana Cobo. Drammatico, durata 120 min. - Spagna 2006. uscita venerdì 19 maggio 2006. - VM 14 

Locandina Volver - Tornare
Raimunda, una giovane madre de la Mancha, trova rifugio dal suo passato a Madrid, dove vive col suo compagno Paco e la figlia adolescente, Paula. Durante un tentativo di abuso da parte del patrigno, Paula lo pugnala a morte. Scoperta la tragedia, Raimunda 'abbraccia' la figlia e la legittima difesa, coprendo l'omicidio e occultando il cadavere. Questo evento disgraziato rievoca fantasmi dolorosi e mai svaniti. Dall'aldilà torna Irene, sua madre, a chiederle perdono e a riparare la colpa.
A tornare in questo film di Almodóvar, come suggerisce il titolo, sono anche le sue attrici: ritorna Carmen Maura, non più donna sull'orlo di una crisi di nervi ma fantasma sull'orlo dell'aldiquà; ritorna Penélope Cruz, figlia e madre dopo Tutto su mia madre. Qualcuno ritorna e a qualcosa si ritorna: al cinema degli esordi, Che ho fatto io per meritare questo?, film di ambientazione popolare così prossimo a Volver, dove Carmen Maura esasperata uccideva il marito fedifrago; alla terra, la Mancha, regione dei mulini a vento e del picaresco su cui soffia incessantemente il solano, il vento dell'ovest che rende pazzi e che incendia boschi e cuori. Terra mancega, che ha generato Almodóvar, per un film mancego, che ha concepito cinque profili femminili rivelatori, in atto o anche solo in potenza, della grazia della maternità. Condizione femminile che comprende simultaneamente il materno e il natio, l'origine, il luogo in cui tutto comincia e a cui tutto ritorna. Madri, figlie e sorelle che bussano alla porta accanto dove trovano vicine generose e singolari come Augustine, che non manca mai di soccorrere, di solidarizzare e di contribuire all'economia anche affettiva della famiglia protagonista. Le donne sembrano bastare e bastarsi in questo film al femminile, dove gli uomini sono portatori di un dolore ancestrale che impongono incuranti a mogli, figlie e nipoti. Almodóvar le riunisce tutte insieme, chiamandole al di qua dall'aldilà, intorno ai tavoli, lungo i fiumi, dal parrucchiere, affinché i morti assistano i vivi, affinché le madri accudiscano le proprie figlie, "bellissime", come quella viscontiana della Magnani che Carmen Maura guarda alla televisione. Una stella per la grazia creativa di Almodóvar, un'altra per la "resurrezione" di Carmen Maura e due per gli occhi neri di Penélope, quando lacrimano e quando si colmano senza versarsi.

Tomboy

Un film di Céline Sciamma. Con Zoé Héran, Malonn Lévana, Jeanne Disson, Sophie Cattani, Mathieu Demy. Drammatico, durata 84 min. - Francia 2011. - Teodora Film uscita venerdì 7 ottobre 2011

Locandina Tomboy
Laure, dieci anni, insieme ai genitori e alla sorella Jeanne si trasferisce durante le vacanze estive. La mamma è incinta del terzo figlio (un maschio) e il padre è impegnato al lavoro. La bambina approfitta della distrazione degli adulti per prendere una decisione: nel nuovo ambiente si farà credere un maschio. E' come Michael che farà le prime amicizie e, in particolare, attirerà l'attenzione di Lisa che finirà con l'innamorarsi del nuovo arrivato con il quale scambierà qualche bacio e momenti mano nella mano. Fino a quando potrà durare questa situazione? Céline Sciamma torna ad affrontare, dopo Water Lilies, le tematiche della scoperta della sessualità spostando però l'attenzione dalla fase adolescenziale a quella preadolescenziale. Trova in Zoé Héran l'interprete adatta per rappresentare, con la giusta dose di innocenza mista a un bisogno di esplorare, il cammino estivo di Laure. Sciamma osserva il microcosmo dei bambini con tenerezza e acume ma senza facili semplificazioni. Maschi e femmine in formazione non sono quegli esseri asessuati che gli adulti vorrebbero che fossero. Natura e società impongono le loro leggi e, in particolare la società, i loro modelli con cui confrontarsi e scontrarsi. Perché spesso sono più legati a stereotipi che a veri bisogni. Così Laure mentre decide di trasgredire facendosi passare per maschio finisce inconsciamente per aderire a quelle che ritiene debbano essere necessariamente le caratteristiche dell'altro sesso. Céline Sciamma, nel descrivere Laure, va oltre quella che avrebbe potuto costituire la gabbia episodica di un racconto di travestimento infantile e lascia lo spettatore con domande più ampie intorno alla definizione della sessualità propria di ogni individuo. In definitiva spetta a noi decidere se quell'estate sarà solo una parentesi nella vita della bambina oppure se ne segnerà il futuro.

Sono viva

Un film di Dino Gentili, Filippo Gentili. Con Giovanna Mezzogiorno, Massimo De Santis, Guido Caprino, Giorgio Colangeli, Marcello Mazzarella. Drammatico, durata 87 min. - Italia 2008. - Iris Film Distribution uscita venerdì 28 maggio 2010

Locandina Sono viva
Rocco ha trent'anni e una vita precaria. Lontano da una famiglia importuna e unito a una compagna pretenziosa, si trascina tra lavori occasionali e il divano, cercando il modo e il denaro per pagare debiti, mutuo e bollette. Una notte corrisponde l'offerta di un impiego ben retribuito e segue l'amico Gianni in una villa fuori città, dove accetta di vigilare il corpo senza vita di Silvia Resti, una giovane donna morta prematuramente. Colpito dalla grazia di quelle spoglie e dal mistero che le circonda, Rocco è deciso a indagare sulla morte della ragazza e a interrogare amici e familiari che affollano la villa in cui è deposta. La notte e la lunga veglia riveleranno a Rocco verità nascoste e un ritorno possibile alla vita.
Opera prima dei fratelli Gentili, Sono viva è un noir che mette in scena la morte e al centro della narrazione un corpo morto. Se la tradizione cinematografica ha "rianimato" i morti nella forma dello zombi o di un fantasma, rappresentandone la bruttezza fatta di putrefazione e orrore, Dino e Filippo Gentili parlano di corpi veri e ne celebrano la bellezza, esorcizzando il terrore per il cadavere. La morte è un soggetto percorso da molto cinema contemporaneo ma il suo sfuggente valore narrativo e il suo intimo potere suggestivo lo rendono uno dei pochi temi sui quali ogni film può aggiungere qualcosa. Se il giallo è una delle tracce (e dei colori) del plot, la vera suspense interessa la solitudine e la precarietà di chi, vivo, misura il proprio amore e la propria forza rispetto al silenzio di chi è ormai al di là del confine.
Al di qua della vita c'è l'operaio introverso di Massimo De Santis, che interagisce con un corpo che ha cessato di essere ma che torna ad agire indirettamente la vita dei vivi. Silvia è il ricettacolo che conserva i pensieri di un padre ingombrante e tirannico, di un fratello debole e guastato, di un fidanzato inadeguato e litigioso. Accomodata nel cuore della scena e in quello dei suoi disturbati familiari, Silvia è indubbiamente viva, è la tessera principale di un elegante, ben congegnato e molto cerebrale mosaico affettivo e psicologico, che ha come esito il ritorno (metaforico) alla vita del protagonista dopo il confronto con la carne di una vita inanimata. Gli sceneggiatori Gentili, promossi alla regia, girano un film di genere che circoscrive l'azione in una casa, o meglio in una stanza della casa, e che misura le alterazioni narrative a partire dalla densa presenza di una dipartita che tutto lascia immaginare.
Morte coniugata al femminile che contagia progressivamente Rocco, finalmente aperto a una rinnovata disponibilità affettiva. Sono viva è un esordio di pregio che colora (di giallo) il cinema italiano, che ha grandi e solide doti (anche per merito degli interpreti), che ardisce "parlare con Lei", riattivando la potenza del femminile e rendendole giustizia.

Gorbaciof

Un film di Stefano Incerti. Con Toni Servillo, Yang Mi, Geppy Geijeses, Gaetano Bruno, Hal Yamanouchi. Drammatico, durata 85 min. - Italia 2010. - Lucky Red uscita venerdì 15 ottobre 2010

Locandina Gorbaciof
Marino Pacileo, detto Gorbaciof a causa di una vistosa voglia sulla fronte, è il contabile del carcere napoletano di Poggioreale. La sue passioni sono il gioco d'azzardo e la giovane Lila, figlia del cinese che mette a disposizione il tavolo per le carte. Quando scopre che l'uomo ha contratto un debito che non può pagare, Gorbaciof decide di prendersi cura della ragazza e, per farlo, dapprima sottrae dei soldi dalla cassa del carcere poi accetta di partecipare ad altre, più pericolose, attività.
La settima regia cinematografica di Stefano Incerti è un film che, per alcuni connotati, si direbbe un esordio. Non è così, ma la gestazione è durata degli anni e il partorito, suo malgrado, reca le tare della sofferenza fetale. Ma torniamo ai connotati. Il film è costruito interamente attorno al protagonista, un personaggio studiato nei dettagli, piazzato dentro un intreccio codificato e riconoscibile, che permette da un lato l'esercizio di stile - certamente riuscito - e, dall'altro, ribadisce l'esistenza di una proficua via italiana al genere, ricca di sfumature inedite, ancora tutte da esplorare.
C'è un largo territorio comune tra gangster movie americano e noir metropolitano orientale, fatto di antieroi di pochissime parole, votati al passo falso quando fa capolino una donna vera, e di retrobottega odoranti di fritto, di vicoli per le botte, di debiti che si gonfiano e di sogni folli che puntano ancora più in alto. Incerti e lo sceneggiatore Diego De Silva trovano “l'America” e Hong Kong a Napoli, nei quartieri realmente abitati dagli immigrati orientali e dove la corruzione e la violenza hanno delle radici e una tradizione. Ma Napoli ha anche qualcosa in più: la maschera, la commedia, lo spirito della ribellione e della beffa. Toni Servillo si fa carico interamente di questo aspetto: con la sola mimica del volto, il modo di vestirsi e di camminare, crea immediatamente un “tipo”, che inghiotte il film in un sol boccone. Meglio così.
Di Gorbaciof, che viene alla luce in ritardo cronico, dopo Gomorra e Le conseguenze dell'amore , si ricorderà dunque la virtuosa variazione sul tema di Servillo, che fa davvero l'impossibile per uscire dai personaggi dei film citati ed entrare in uno troppo poco dissimile, ma si farà meglio a dimenticare il resto: i movimenti di una cronaca annunciata, le smorfie di un'attrice a cui non viene chiesto che di mettersi in posa, un finale faticosamente tollerabile, che spaccia per ironica la sorte più prevedibile e per lirico un epilogo ormai buono solo per le soap. Almeno il rumore dell'aereo, ce lo saremmo risparmiato.

Exit: una storia personale

Un film di Massimiliano Amato. Con Luca Guastini, Nicola Garofalo, Marcella Braga, Paolo Di Gialluca, Antonio Calamonici. Drammatico, durata 85 min. - Italia 2010.

Locandina Exit: una storia personale
Roma. Marco vive una vita molto diversa da quella dei suoi coetanei. Non ha famiglia, non va all'università e non ha un lavoro. Vive in una comunità di giovani psicotici, dove frequenta un trattamento di supporto, e il suo unico legame con il mondo esterno è suo fratello Davide. Dopo il suicidio del suo compagno di stanza, Marco scivola in una profonda crisi. Chiede al fratello Davide di accompagnarlo in Olanda per pianificare un suicidio assistito. Davide, abituato ai delirii di suo fratello, non prende in considerazione la sua richiesta.
Il giorno dopo la discussione, Marco scappa dalla comunità e prende il treno per Amsterdam con l'intenzione di svolgere la sua missione, disperata o folle, a seconda dei punti di vista…

Tristana

Un film di Luis Buñuel. Con Catherine Deneuve, Fernando Rey, Franco Nero Drammatico, durata 105 min. - Spagna 1970.

Locandina Tristana
A Toledo nel 1929 un'orfana viene affidata a un anziano tutore che ne fa la sua amante. Innamoratasi di un pittore fugge con lui, si ammala, perde una gamba attaccata dalla cancrena, ritorna e accetta di sposare il vecchio. Gliela farà pagare. Tratto, come Nazarín, da un romanzo (1892) di Benito Pérez Galdós, è la storia impietosa di una liberazione mancata e di un'opera di corruzione in cui la vittima, imparata la lezione di ipocrisia e crudeltà, si trasforma in carnefice. “La complessità stilistica si riflette ... nella poliedricità dei due personaggi principali” (G. Tinazzi). Soltanto una sequenza onirica in questo film ammirevole per la calma lentezza della sua concisione che, nella trasparenza di un equilibrato e oggettivo classicismo, stimola, affascinandola, la curiosità dello spettatore.

18 gennaio 2012

Shame

Un film di Steve McQueen. Con Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware. Drammatico, durata 99 min. - Gran Bretagna 2011. - Bim uscita venerdì 13 gennaio 2012. - VM 14

Locandina Shame
Brandon ha un problema di dipendenza dal sesso che gli impedisce di condurre una relazione sentimentale sana e lo imprigiona in una spirale di varie altre dipendenze. Nulla traspare all’esterno: Brandon ha un appartamento elegante, un buon lavoro ed è un uomo affascinante che non ha difficoltà a piacere alle donne. Al suo interno, però, è un inferno di pulsioni compulsive. Va ancora peggio alla sorella Sissy, bella e sexy, ma più giovane e fragile, la quale passa da una dipendenza affettiva ad un’altra ed è sempre più incapace di badare a se stessa o di controllarsi.
Dopo aver colpito indelebilmente gli occhi di chi ha visto il suo primo film, Hunger, colpevolmente non distribuito in Italia, il videoartista britannico Steve McQueen richiama con sé Michael Fassbender come protagonista di Shame, un film che è altrettanto politico, nelle intenzioni, per quanto non lo sia esplicitamente nel soggetto (com’era invece per la vicenda di Bobby Sands).
Alla prigionia del carcere, dove l’uomo è privato di tutto, si sostituisce qui una trappola mentale altrettanto incatenante e umiliante, favorita paradossalmente dalla libertà di potersi comprare tutto e subito: una escort, una stanza d’albergo o un film. È l’altra faccia della società “on demand” quella che McQueen racconta in questo dramma privatissimo solo all’apparenza, venato di una tristezza senza freni. La nudità di Fassbender, che apre il film, è soprattutto una condizione figurata e quando, man mano che il minutaggio avanza, l’interpretazione dell’angoscia si fa più dichiarata e arrivano le lacrime e le contorsioni, si ha quasi l’impressione che non aggiungano molto ma diano solo più senso a quelle prime sequenze, che già contenevano tutto.
Meno straordinario di Hunger, più imploso e grigio (non solo nella pigmentazione), Shame conferma la grande capacità di McQueen nella scelta delle inquadrature, il suo lavoro singolare sul sonoro, la poetica dell’accostamento di bellezza e brutalità, qui meno evidente ma non meno presente. Ma un grande dono viene senza alcun dubbio al film dal contributo di Carey Mulligan, che presta la sua bravura al personaggio tragico di Sissy e al suo sogno senza fondamento di un “brand new start”, di poter ricominciare da capo lì a New York perché, come canta in una sequenza da brivido, “if I can make it there I’ll make it anywhere”. Ma è vero soprattutto il contrario.

La chiave di Sara

Un film di Gilles Paquet-Brenner. Con Kristin Scott Thomas, Mélusine Mayance, Niels Arestrup, Frédéric Pierrot, Michel Duchaussoy. Titolo originale Elle s'appelait Sarah. Drammatico, durata 111 min. - Francia 2010. - Lucky Red uscita venerdì 13 gennaio 2012.

Locandina La chiave di Sara
Julia Jarmond è una giornalista americana, moglie di un architetto francese e madre di una figlia adolescente. Da vent'anni vive a Parigi e scrive articoli impegnati e saggi partecipi. Indagando su uno degli episodi più ignobili della storia francese, il rastrellamento di tredicimila ebrei, arrestati e poi concentrati dalla polizia francese nel Vélodrome d'Hiver nel luglio del 1942, 'incrocia' Sara e apprende la sua storia, quella di una bambina di pochi anni e ostinata resistenza che sopravviverà alla sua famiglia e agli orrori della guerra. Impressionata e coinvolta, Julia approfondirà la sua inchiesta scoprendo di essere coinvolta suo malgrado e da vicino nella tragedia di Sara. Con pazienza e determinazione ricostruirà l'odissea di una bambina, colmando i debiti morali, rifondendo il passato e provando a immaginare un futuro migliore.
La Shoah è un argomento pericoloso dal punto di vista artistico. Si tratta di una tragedia così traumatica e indicibile da renderla di fatto irrappresentabile. Eppure il cinema si è misurato infinite volte con questo soggetto storico tentando approcci 'esemplari' con Il pianista di Polanski o Schindler's List di Spielberg, sperimentando sguardi morbosi con Il Portiere di notte, osando quello favolistico e 'addolcente' con La vita è bella e Train de vie. Ci ha provato con la stessa urgenza e serietà il cinema documentario fallendo ugualmente l'intento di avvicinare la realtà della Shoah. A mancare troppe volte e nonostante le migliori intenzioni sembra essere una maggiore coscienza storica e morale.
La chiave di Sara non fa eccezione, riducendo la dismisura dell'orrore a una semplice funzione narrativa, preoccupandosi di comunicare, piuttosto che capire, quanto accaduto. Trasposizione del romanzo di Tatiana de Rosnay, La chiave di Sara aderisce al dramma interiore della bambina del titolo raddoppiandone il senso di colpa ed esibendo un gusto per l'iperbole che lascia perplessi.
Se il film di Gilles Paquet-Brenner ha l'indubbio merito di recuperare un evento storico dimenticato e di fare luce sul rastrellamento del Vélodrome d'Hiver, sui campi di smistamento e di concentramento, sulle delazioni e sulle responsabilità francesi, facendo tutti (poliziotti, funzionari e civili) compartecipi di un errore e di una mancata presa di coscienza, nella realizzazione pecca di didascalismo e ridondanza. Inopportuni i rilanci narrativi (nel film è Sara a chiudere il fratellino nell'armadio) per rendere la vicenda ancora più emozionante. Al di là della buona volontà e dell'obiettivo storico-didattico l'impressione è che il regista abbia sfruttato le componenti più tragiche della vicenda dissimulandole dietro lo sguardo gentile di Kristin Scott Thomas e quello ruvido di Niels Arestrup, che provano con le loro misurate interpretazioni ad arginare un diffuso bozzettismo emozionale. Una tale semplificazione conduce a una banalizzazione del male, la cui sola prerogativa è quella di mettere in risalto la superiorità del bene.
La chiave di Sara, sospeso tra un passato mai esaurito e una contemporaneità in divenire, rimette innegabilmente in discussione un deplorevole momento della vicenda nazionale, ma con altrettanta evidenza si stacca dalla verità dei documenti, contagiandola con le 'contraffazioni' dell'entertainment e il sentimento popolare, troppo incline agli amarcord e poco alla Memoria.

Io non ho paura

Un film di Gabriele Salvatores. Con Diego Abatantuono, Dino Abbrescia, Aitana Sánchez-Gijón, Giuseppe Cristiano, Mattia Di Pierro Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 95 min. - Italia 2003.

Locandina Io non ho paura
Dal romanzo di Niccolò Ammaniti. Michele, dieci anni, vive in un paesino, anzi, proprio quattro case, della Basilicata. Con la sorella più piccola e altri amici scorrazza in bicicletta nelle stradine in mezzo al grano. A casa c’è la mamma e il papà fa il camionista, ed è uomo “tutto core”. Incuriosito da una porta di lamiera vicino a una casa diroccata, Michele la apre e vede un buco, e in fondo un piede che esce da una coperta. Dopo lo spavento iniziale torna sul luogo e scopre che quel piede appartiene a un bambino come lui, biondo e delicato, quasi cieco per il buio, ridotto a una larva. Non riesce a immaginare un rapimento. Nelle successive visite gli porta da mangiare, gli parla, gli ridà una speranza. La televisione racconta di questo Filippo rapito a Milano. Così Michele capisce. Arriva a casa tale Sergio (Abatantuono), il “milanese” che tira le fila. Tutta la famiglia è implicata. Ma il cerchio si stringe, gli elicotteri girano. Il panico sopraggiunge. Occorre sopprimere l’ostaggio. Michele corre per salvarlo. Riesce a spingerlo fra i campi, sopraggiunge il padre "tutto core" che non esita a sparare al bambino, che però è Michele. Gli elicotteri dei carabinieri illuminano il milanese con le braccia alzate, il padre col figlio in braccio e il piccolo Filippo che si è salvato.
Dopo un’apnea di molti anni, dopo aver davvero smarrito la strada maestra (complice un Oscar sproporzionato che gli aveva fatto perdere le misure) con una serie di film superflui e senza destino, ecco che Salvatores torna a “raccontare” e lo fa davvero bene. Le lunghe scene di preparazione e connessione al fatto centrale, suggestive e soleggiate, non debordano. Il grano e il cielo, gli animali e le colline, tutto concorre alla storia. E’ un meridione che non è quasi Italia, ma è mondo. Per salvare il suo amico, Michele corre nella notte, mormora a se stesso una favola e un sortilegio, intorno la civetta cattura un topo, un piccolo serpente assiste dal suo sasso. Cinema finalmente. Ed è importante per noi, da anni così disperatamente poveri e grigi, e allineati. E’ un bel segnale, parallelo a quello della Finestra di Fronte. Entrambi i film hanno avuto il riconoscimento del Ministero dei Beni Culturali. Che davvero stia succedendo qualcosa?

L'estate d'inverno

Un film di Davide Sibaldi. Con Pia Lanciotti, Fausto Cabra Drammatico, durata 70 min. - Italia 2008. - Iris Film Distribution uscita venerdì 15 ottobre 2010.

Locandina L'estate d'inverno
Christian è in viaggio, ha 19 anni e ama le imperfezioni. Lulù è una prostituta siciliana che capisce le rotte degli aerei ascoltandone solo il rombo dei motori. In un motel di Copenhagen, lei ha terminato il suo "lavoro" con Christian, ma lui le chiede di rimanere a parlare, per un'ora dopo "l'amore". Insieme scopriranno il dolore per il passato e il coraggio per il futuro.
Girato fra Italia e Danimarca, L'Estate d'Inverno ha vinto l'European Film Festival e il Chicago Lake County Film Festival. Il regista Davide Sibaldi quando l'ha diretto aveva appena 19 anni ma un'audacia già decisa. Totalmente filmato in un stanza di motel, la pellicola è un dramma da "camera" in tutti sensi, fisici e cinematografici. Un viaggio tra quattro mura nella vita e nella "paura della felicità" di due persone, un uomo e una donna bene interpretati da due attori provenienti dal "Piccolo Teatro" di Milano: Fausto Cabra e Pia Lanciotti. Difatti, L'estate d'Inverno ha una forte matrice teatrale: il tempo del racconto coincide con quella della realtà e la parola domina sull'immagine. Ma ha anche una radice visiva importante come nel Kammerspielfilm tedesco dove la psicologia umana plasmava il racconto. Il cinema sbuca fuori prima silenzioso poi inesorabile, nella lotta di dialoghi, campi e controcampi aggressivi, battaglie di espressioni, di scontri fisici, cadenzati dal montaggio di Rita Rossi e dal respiro che le musiche di Davide Fusco, tra elettronica e arpeggi di chitarra, contrappongono alla claustrofobia del set.
Contravvenendo ad una delle regole auree della settima arte, "Show, don't tell" (mostra, non parlare), L'estate d'Inverno è un film difficile per lo spettatore che può perdersi nei mille dialoghi: appare verboso e spesso inciampa in qualche psicologismo di troppo (i continui riferimenti a "madre e "padre"). Ma tra i difetti imputabili alla natura di opera prima, il film scova intuizioni e riflessioni importanti, sapendo appunto che la bellezza è una "cosa pesante" e che spesso, nella vita, ci si può trovare in stanze chiuse, vere o simboliche, aspettando d'incontrare qualcuno o addirittura l'estate d'inverno, dove il ghiaccio ostacola ma non elimina il calore.

Valérie - Diario di una ninfomane

Un film di Christian Molina. Con Belén Fabra, Leonardo Sbaraglia, Llum Barrera, Geraldine Chaplin, Angela Molina. Drammatico, durata 95 min. - Spagna 2008. - Mediafilm uscita giovedì 30 aprile 2009. - VM 14

Locandina Valérie - Diario di una ninfomane
Valérie Tasso scopre il sesso a 15 anni. Nel momento in cui si avvicina ai trenta è affamata di sesso e non esita a definirsi ninfomane. Confida le sue pulsioni alla saggia nonna che la invita a non frustrare il desiderio ma anche a riuscire a comprendere il senso di solitudine che lei tenta di rimuovere. Dopo la morte della nonna, perso il lavoro, Valérie ne cerca uno nuovo. Incontra così Jaime, un uomo romantico che, per la prima volta, la fa sentire innamorato. Tutto procede per il meglio fino a quando…
Bisogna utilizzare i puntini di sospensione quando si riferisce di un mélo perché qualsiasi ulteriore informazione potrebbe rovinare l'attesa degli eventi. Valérie Tasso non è un personaggio immaginario. È una donna colta di 37 anni che ha scritto un libro sulla sua vita sessuale di francese che vive a Barcellona. Il libro ha fatto scalpore perché lo stile della narrazione non era né quello pedopruriginoso alla Melissa P. né freddo e paraginecologico come tanta pubblicistica che negli anni recenti ha occupato gli scaffali delle librerie. La Tasso ha mescolato desiderio, passione e sofferenza nelle sue pagine e altrettanto fa Molina tanto che ci si può chiedere se sia possibile fare un film romantico basandosi su una perversione. La risposta è sì perché la sceneggiatura, sfruttando l'iniziale rapporto con la nonna (una Geraldine Chaplin finalmente fuoriuscita dagli horror) inserisce il tema della soddisfazione delle pulsioni come rimedio a un profondo senso di solitudine.
Gli uomini, così ‘necessari' per l'eros, non fanno una bellissima figura nel film. A partire da Jaime, l'amore romantico (ma dalla eiaculazione precoce) che si trasforma inopinatamente in un pericolo. Per il resto non c'è nulla di più trasgressivo (anzi) di quanto non si possa vedere nella serie tv Satisfaction. Il problema è semmai dato dall'eccessiva enfasi della colonna sonora che, in più di un'occasione, trasforma quella che avrebbe potuto essere una cronaca partecipe di un percorso femminile nella sessualità in un feuilleton quasi d'altri tempi. Un suggerimento: non lasciate la sala all'inizio dei titoli di coda. C'è ancora una sorpresa.

14 gennaio 2012

Terraferma

Un film di Emanuele Crialese. Con Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello, Timnit T.. Drammatico, durata 88 min. - Italia, Francia 2011. - 01 Distribution uscita mercoledì 7 settembre 2011.

Locandina Terraferma
In un'isola del Mare Nostrum, Filippo, un ventenne orfano di padre, vive con la madre Giulietta e il Nonno Ernesto, un vecchio e irriducibile pescatore che pratica la legge del mare. Durante una battuta di pesca, Filippo ed Ernesto salvano dall'annegamento una donna incinta e il suo bambino di pochi anni. In barba alla burocrazia e alla finanza, decidono di prendersi cura di loro, almeno fino a quando non avranno la forza di provvedere da soli al loro destino. Diviso tra la gestione di viziati vacanzieri e l'indigenza di una donna in fuga dalla guerra, Filippo cerca il suo centro e una terra finalmente ferma.
Terraferma è la terza opera che Emanuele Crialese dedica al mare della Sicilia in un'instancabile ricerca estetica avviata con Respiro nove anni prima. Come Conrad, Crialese per raccontare gli uomini sceglie “un elemento altrettanto inquieto e mutevole”, una visione azzurra ‘ancorata' questa volta al paesaggio umano e disperato dei profughi. Sopra, sotto e intorno a un'isola intenzionalmente non identificata, il regista guarda al mare come luogo di infinite risonanze interiori. Al centro del suo ‘navigare' c'è di nuovo un nucleo familiare in tensione verso un altrove e oltre quel mare che invade l'intera superficie dell'inquadratura, riempiendo d'acqua ogni spazio.
Dentro quella pura distesa assoluta e lungo il suo ritmo regolare si muovono ingombranti traghetti che vomitano turisti ed echi della terraferma, quella a cui anela per sé e per suo figlio la Giulietta di Donatella Finocchiaro. Perché quel mare ingrato gli ha annegato il marito e da troppo tempo è avaro di pesci e miracoli. Da quello stesso mare arriva un giorno una ‘madonna' laica e nera, che il paese di origine ha ‘spinto' alla fuga e quello ospite rifiuta all'accoglienza. La Sara di Timnit T. è il soggetto letteralmente ‘nel mezzo', a cui corrisponde con altrettanta drammaticità la precarietà sociale della famiglia indigena, costretta su un'isola e dentro un garage per fare posto ai vacanzieri a cui è devoto, oltre morale e decenza civile, il Nino ‘griffato' (e taroccato) di Beppe Fiorello. Ma se l'Italia del continente, esemplificata da tre studenti insofferenti, si dispone a prendere l'ultimo ferryboat per un mondo di falsa tolleranza dove non ci sono sponde da lambire e approdare, l'Italia arcaica dei pescatori e del sole bruciante (re)agisce subito con prontezza ai furori freddi della tragedia. Di quei pescatori il Filippo di Filippo Pucillo è il degno nipote, impasto di crudeltà e candore, che trova la via per la ‘terraferma' senza sapere se il mare consumerà la sua ‘nave' e la tempesta l'affonderà. Nel rigore della forma e dell'esecuzione, Crialese traduce in termini cinematografici le ferite dell'immigrazione e delle politiche migratorie, invertendo la rotta ma non il miraggio del transatlantico di Nuovomondo. Dentro i formati allungati e orizzontali, in cui si colloca il suo mare silenzioso, Terraferma trova la capacità poetica di rispondere alle grandi domande sul mondo. Un mondo occupato interamente dal cielo e dal mare, sfidato dal giovane Filippo per conquistare identità e ‘cittadinanza'.

Sguardo nel vuoto

Un film di Scott Frank. Con Joseph Gordon-Levitt, Jeff Daniels, Matthew Goode, Isla Fisher, Carla Gugino. Titolo originale The Lookout. Drammatico, durata 98 min. - USA 2007. - Buena Vista uscita venerdì 13 luglio 2007.

Locandina Sguardo nel vuoto
Chris Pratt guida a fari spenti nella notte per mostrare agli amici e alla fidanzata le lucciole che volano sopra una vecchia autostrada di campagna. Il gioco finisce contro una trebbiattrice che falcia la vita dei suoi compagni e segna per sempre la sua e quella della sua ragazza. Quattro anni dopo, Chris soffre ancora di vuoti di memoria e di narcolessia, ha problemi a mettere in sequenza gli eventi quotidiani e a rimuovere il senso di colpa.
Lewis è un assistente sociale non vedente che lo aiuta a mettere in ordine i frame della sua esistenza. Ex campione di hockey su ghiaccio, Chris è impiegato come factotum presso una banca. Avvicinato dal losco Gary Spargo, una vecchia e dimenticata conoscenza scolastica, si fa convincere a rapinare la banca. Il disorientamento di Chris farà la differenza.
Scott Frank, sceneggiatore di Out of Sight e Minority Report, debutta dietro la macchina da presa con un film ambizioso e sfuggente. Si muove su più coordinate e attraversa i generi, contaminando con disinvoltura il thriller con l'heist movie (film di rapina) e aggiungendo nel contempo inserti da dramma familiare: Chris è figlio e fonte di imbarazzo di una famiglia benestante e benpensante.
Sguardo nel vuoto inizia come un thriller: un'auto e quattro ragazzi lanciati sull'autostrada, l'assassino è una mostruosa trebbiatrice che si materializza portandosi via la metà di loro. Ma poi uno scarto decisivo, il progetto di rapinare una banca, sviluppa il tema narrativo secondo le regole dell'heist movie. O più semplicemente riconferma l'impossibilità di fissare nell'opera prima di Frank tratti identitari definiti. Come nella mente confusa del protagonista, un genere si confonde nell'altro, trasformando qualsiasi cosa in altro da sé: il sogno in realtà, la realtà in incubo.
Il Chris di Joseph Gordon-Levitt, l'inquieto interprete di Gregg Araki (Mysterious skin), è impregnato di colpa, cambia letto e cuscino senza per questo trovare pace e sonno. Il senso di colpa preme ossessivamente dall'esterno nel tentativo di entrare e i suoi vuoti, di memoria e non di sguardo, diventano un potente filtro distorcente: Chris chiama limoni i pomodori e sesso l'amore. Un debutto intelligente che mette però in circolo un immaginario innocuo. Un'altalena fra l'integrazione alle logiche del cinema commerciale e la ricerca di una cifra personale e indipendente. Comunque da "memorizzare" (sul taccuino).

Fanny e Alexander

Un film di Ingmar Bergman. Con Erland Josephson, Pernilla Allwin, Gertil Guve, Ewa Froeling, Harriet Andersson. Titolo originale Fanny och Alexander. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 312 (197) min. - Svezia 1982.

Locandina Fanny e Alexander
Divisa in 5 capitoli (1. il Natale; 2. il fantasma; 3. il commiato; 4. i fatti dell'estate; 5. i demoni), un breve prologo e un lungo epilogo, è la storia della famiglia Ekdahl di Uppsala tra il Natale del 1907 e la primavera del 1909 con una sessantina di personaggi, divisi in quattro gruppi, che passa per tre case e mette a fuoco tre temi centrali: l'arte (il teatro), la religione e la magia. Congedo e testamento di Bergman, uomo di cinema, è una dichiarazione d'amore alla vita e, come la vita, ha molte facce: commedia, dramma, pochade, tragedia, alternando riti familiari (lo splendido capitolo iniziale), strazianti liti coniugali alla Strindberg, cupi conflitti di tetraggine luterana che rimandano a Dreyer, colpi di scena da romanzo d'appendice, quadretti idillici, intermezzi di allegra sensualità, impennate fantastiche, magie, trucchi, morti che ritornano. Un film “dove tutto può accadere”. Compendio di trent'anni di cinema all'insegna di un alto magistero narrativo. Ebbe 4 Oscar (miglior film straniero, fotografia di Sven Nykvist, scenografia, costumi): un primato per un film di lingua non inglese. Girato in doppia versione, per cinema e TV.

Carter

Un film di Mike Hodges. Con Michael Caine, Britt Ekland, Ian Hendry, John Osborne Titolo originale Get Carter. Drammatico, durata 112 min. - USA 1971.

Locandina Carter
Dal romanzo Jack's Return Home di Ted Lewis: Jack Carter, piccolo criminale, indaga sulla morte del fratello, ucciso in un brutto giro di malavita, lo vendica e passa al cimitero. Uno dei maggiori pregi di questo violento gangster britannico è l'atmosfera, che richiama i romanzi di Raymond Chandler. Ottima interpretazione di M. Caine. È diventato, anche come precursore di un cinema di morbosa violenza erotica, un cult per gli amanti del noir. Rifatto con attori neri in Hit Man (1972) di George Armitage.

Requiem for a Dream

Un film di Darren Aronofsky. Con Ellen Burstyn, Christopher McDonald, Jennifer Connelly, Louise Lasser, Keith David. Drammatico, durata 101 min. - USA 2000.

Locandina Requiem for a Dream
Dal romanzo (1978) di Hubert Selby Jr., che l'ha adattato col regista e interpreta una particina, questo 2° film di D. Aronofsky – dopo ? - Il teorema del delirio – è un cupo dramma sulla società degradata e “drogata” degli USA, rispecchiata nei personaggi principali: Sarah, matura vedova (Burstyn) videointossicata che esce dal suo stato letargico soltanto quando le promettono un'apparizione nel suo quiz TV preferito; Harry, suo figlio tossico (Leto), che sogna di diventare uno spacciatore d'alto bordo con l'amico Tyrone (Wayans), e Marion, fidanzata di Harry (Connelly), operatrice disoccupata di abbigliamento che si prostituisce. Questo interno di umanità perdente alla deriva è raccontato con immagini visceralmente sperimentali (fotografia: Matthew Libatique) e un montaggio convulso. Il tutto all'insegna di una compiaciuta retorica dei cattivi sentimenti.

Al Capone

Un film di Richard Wilson. Con Rod Steiger, Martin Balsam, Fay Spain, James Gregory Drammatico, b/n durata 105 min. - USA 1959.

Locandina Al Capone
Biografia critica del celebre gangster Alphonse Capone (1895-1947). È evidente lo scrupolo di ambientare storicamente la vicenda e il personaggio, illuminandone le cause contingenti (politici, giornalisti e poliziotti corrotti) e strutturali (la stessa società nordamericana). Eccellente R. Steiger.

Drugstore Cowboy

Un film di Gus Van Sant. Con Matt Dillon, Kelly Lynch, James Remar, James LeGros, William S. Burroughs. Drammatico, durata 100 min. - USA 1989.

Locandina Drugstore Cowboy
Due coppie di tossici attraversano gli States nei primi anni '70, rapinando drugstores, braccati da un poliziotto. La loro vicenda è raccontata in flashback dal capo (Dillon, in gran forma) della “famiglia” che vorrebbe uscire dal tunnel. Sceneggiatura del regista e di Daniel Yost da un romanzo autobiografico inedito di James Fogle, scritto in carcere. 2° film di Van Sant, ha il merito di raccontare i personaggi con lucidità, senza compiacimenti né moralismi, con una forza visiva di grande efficacia nella sua scioltezza, suggerendo le radicali scelte esistenziali che sono all'origine della loro vita allo sbando sotto il segno dell'eccesso. Nella piccola parte di un prete tossicodipendente c'è lo scrittore W.S. Burroughs (1914-97) con cui nel 1991 Van Sant realizzò il cortometraggio sperimentale Thanksgiving Prayer sui miti del “sogno americano”.

5 gennaio 2012

Occhi di Laura Mars

Un film di Irvin Kershner. Con Faye Dunaway, Brad Dourif, Tommy Lee Jones, René Auberjonois Titolo originale Eyes of Laura Mars. Drammatico, durata 103 min. - USA 1978.

Locandina Occhi di Laura Mars
Laura Mars, fotografa che mette la violenza al servizio della moda, ha qualità extrasensoriali. “Vede” i delitti di cui rimangono vittime certi suoi collaboratori, senza scorgere mai il volto dell'assassino. Diventa una testimone scomoda. Da un copione schizoide di John Carpenter un film senza suspense, un whodunit privo di vera emozione. Per tenere desta la curiosità dello spettatore si indica un sospetto. È quello giusto? Sagacia d'effetti, film decorativo.