Primo Carnera pesa alla nascita otto chili e a dieci anni il banco di scuola è già troppo piccolo per contenere la mole e le proporzioni del campione che sarebbe diventato nel Nuovo Mondo. Nato sulle montagne del Friuli, Primo conosce la fame ed è costretto ad emigrare in Francia per sopravvivere. Approdata sulla pista polverosa di un circo, l'imponenza fisica del gigante friulano, due metri per centoventi chili, colpisce l'immaginazione dell'ex campione di pesi massimi Paul Journèe. Costruita una vincente carriera da professionista, Primo Carnera attraversa in prima classe l'oceano e si guadagna il titolo di campione del mondo dei pesi massimi contro Jack Sharkey nell'arena del Madison Square Garden gremita di italiani esultanti. Era il 1933 e il regime fascista si impadronì del mito, esibendone le virtù fisiche e morali e sollecitando l'orgoglio patriottico.
Con Primo Carnera l'Italia fece la vera scoperta di massa del pugilato ad altissimo livello. Correvano gli anni '30 quando l'imponente fenomeno friulano, affamato e squattrinato, conquistò a suon di pugni il Sogno Americano offrendo una speranza al suo pubblico prevalentemente italiano. Dopo il Mercante di pietre e la rivendicazione dei valori cristiani dell'Occidente davanti al mondo islamico, Renzo Martinelli vorrebbe, ma non può, tratteggiare il profilo di un'epoca attraverso la storia di un singolo. Vorrebbe, ma non può, narrare l'ascesa, la caduta e la seconda opportunità di un pugile italiano attraverso un racconto morale all'ombra nera dell'era fascista.
Totalmente alieno al mondo dello sport e del pugilato in particolare, Martinelli gira un prodotto televisivo artificioso e retorico con una propensione moralista e consolatoria, raccontando con ipocrisia e facili sentimentalismi l'Italia del primo ventennio fascista. Carnera non brilla nemmeno per originalità narrativa e visionaria novità, possiede piuttosto una disonestà di fondo, che inganna e ricatta lo spettatore ricorrendo a facili scorciatoie melodrammatiche. Al Carnera di Martinelli non riesce neppure l'indagine sociologica di una nazione obnubilata dalle "spacconate" di regime e non c'è traccia, se non in qualche graffiata e veloce inserzione di repertorio, dei nostri emigranti e dell'umiliante trafila a cui venivano sottoposti al loro arrivo.
Martinelli, che si dichiara da sempre alla stampa ultimo baluardo della cultura europea contro quella onnivora e fagocitante degli States, finisce per girare un film dagli evidenti risvolti nazionalistici e tutto sommato "americano", non tanto per l'ambientazione quanto per il suo iscriversi nell'universo codificato del film pugilistico hollywoodiano. Il risultato è un apologo della virtù che persevera e non si arrende, dalla caduta all'happy end con giro di valzer: il pugilato come occasione di riscatto sociale, il ritiro e la rentrée dell'eroe nel recinto quadrato, la rivelazione casuale del suo talento, la carriera pugilistica sintetizzata col montaggio di titoli e foto sui giornali, il pathos delle scene madri davanti agli affetti familiari, le mogli fabbriche di eroi relegate oltre le corde del ring e dentro le camere d'albergo.
L'unica stella è per Primo Carnera, fenomeno fisico e pugile genuino che il cinema di Alessandro Blasetti e di Carmine Gallone, tra gli altri, immortalò facendolo esordire corpo-attore nel film di genere. I campioni come Carnera sapevano battersi con umiltà e incassare con eleganza. Come diceva Artaud, il pugile è un "atleta del cuore".
Con Primo Carnera l'Italia fece la vera scoperta di massa del pugilato ad altissimo livello. Correvano gli anni '30 quando l'imponente fenomeno friulano, affamato e squattrinato, conquistò a suon di pugni il Sogno Americano offrendo una speranza al suo pubblico prevalentemente italiano. Dopo il Mercante di pietre e la rivendicazione dei valori cristiani dell'Occidente davanti al mondo islamico, Renzo Martinelli vorrebbe, ma non può, tratteggiare il profilo di un'epoca attraverso la storia di un singolo. Vorrebbe, ma non può, narrare l'ascesa, la caduta e la seconda opportunità di un pugile italiano attraverso un racconto morale all'ombra nera dell'era fascista.
Totalmente alieno al mondo dello sport e del pugilato in particolare, Martinelli gira un prodotto televisivo artificioso e retorico con una propensione moralista e consolatoria, raccontando con ipocrisia e facili sentimentalismi l'Italia del primo ventennio fascista. Carnera non brilla nemmeno per originalità narrativa e visionaria novità, possiede piuttosto una disonestà di fondo, che inganna e ricatta lo spettatore ricorrendo a facili scorciatoie melodrammatiche. Al Carnera di Martinelli non riesce neppure l'indagine sociologica di una nazione obnubilata dalle "spacconate" di regime e non c'è traccia, se non in qualche graffiata e veloce inserzione di repertorio, dei nostri emigranti e dell'umiliante trafila a cui venivano sottoposti al loro arrivo.
Martinelli, che si dichiara da sempre alla stampa ultimo baluardo della cultura europea contro quella onnivora e fagocitante degli States, finisce per girare un film dagli evidenti risvolti nazionalistici e tutto sommato "americano", non tanto per l'ambientazione quanto per il suo iscriversi nell'universo codificato del film pugilistico hollywoodiano. Il risultato è un apologo della virtù che persevera e non si arrende, dalla caduta all'happy end con giro di valzer: il pugilato come occasione di riscatto sociale, il ritiro e la rentrée dell'eroe nel recinto quadrato, la rivelazione casuale del suo talento, la carriera pugilistica sintetizzata col montaggio di titoli e foto sui giornali, il pathos delle scene madri davanti agli affetti familiari, le mogli fabbriche di eroi relegate oltre le corde del ring e dentro le camere d'albergo.
L'unica stella è per Primo Carnera, fenomeno fisico e pugile genuino che il cinema di Alessandro Blasetti e di Carmine Gallone, tra gli altri, immortalò facendolo esordire corpo-attore nel film di genere. I campioni come Carnera sapevano battersi con umiltà e incassare con eleganza. Come diceva Artaud, il pugile è un "atleta del cuore".
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