Nel suo piccolo appartamento stretto fra i grattacieli che circondano Central Park, la famiglia Little si sveglia carica di eccitazione ed aspettative per l'adozione che porterà un nuovo fratellino al piccolo George e un nuovo membro all'interno del loro amorevole nucleo familiare. Una volta giunti all'orfanotrofio, i coniugi Little si trovano di fronte ad una miriade di ragazzini scatenati poco in sintonia con le abitudini prudenti e moderate della coppia, finché i loro occhi e le loro orecchie non si posano sul minuscolo Stuart, un topo orfano dai modi affabili ed estremamente garbati. Dopo solo un breve colloquio, i Little non hanno dubbi: Stuart sarà il nuovo membro della famiglia. Ma pur nelle sue ridotte dimensioni, la presenza di Stuart porta comunque scompiglio nello status quo della casa: dalle gelosie del gatto di casa Snowbell fino ai problemi di adattamento di George.
Il cinema è una questione di dimensioni, un luogo in cui la fascinazione per la proiezione delle immagini è strettamente legata alla grandezza delle stesse. E, in particolare, è il cinema per l'infanzia ad essersi fatto portatore sano della filosofia “bigger than life” attraverso una riscrittura dei rapporti di forze fra fasce d'età (adulti e bambini messi sullo stesso piano) e specie biologiche (piante e animali dai tratti antropomorfici) con finalità sia edificanti che di puro intrattenimento. Rob Minkoff, regista che non a caso viene dall'animazione e dal grande successo de Il Re Leone, rilegge una nota favola dello scrittore americano E.B. White, trovandovi all'interno l'opportunità di giocare “dal vero” sulle proporzioni e su uno schiacciamento delle coordinate spazio-temporali. Nella New York della famiglia Little non ci sono tracce che rimandano a una precisa collocazione. Anche se inserito all'interno di uno skyline newyorkese visibilmente artificioso e accompagnato delle insidie dei giardini di Central Park, l'universo dei Little è fuori da ogni tempo: l'abbigliamento vintage, il perbenismo ostinato, l'estetica sospesa fra sobrietà art decò e una pop art dai toni pastello.
La costruzione di una realtà favolosa e l'abbattimento delle gerarchie del regno animale, procedimenti così naturali nell'animazione, vengono problematizzati inStuart Little non solo da una storia che parla di accettazione e di appartenenza, ma anche attraverso scelte di regia ed effetti di post-produzione che fanno di tutto per dare un senso di elasticità alle proporzioni. Minkoff si impegna anche visivamente a minimizzare il mondo degli adulti (che appaiono per lo più manichini sorridenti e benpensanti), e a gonfiare quello dei piccoli, fino a farvi contenere avventure e imprese in miniatura (la regata fra i modellini di barche, la caccia al topo notturna a Central Park). In questo universo fiabesco trova collocazione ideale Stuart, topino dotato di una capacità di affetto garantita solo dalla purezza del digitale; mentre, al contrario, i gatti appaiono come gli unici soggetti contaminati dal cinismo della City.
Il cinema è una questione di dimensioni, un luogo in cui la fascinazione per la proiezione delle immagini è strettamente legata alla grandezza delle stesse. E, in particolare, è il cinema per l'infanzia ad essersi fatto portatore sano della filosofia “bigger than life” attraverso una riscrittura dei rapporti di forze fra fasce d'età (adulti e bambini messi sullo stesso piano) e specie biologiche (piante e animali dai tratti antropomorfici) con finalità sia edificanti che di puro intrattenimento. Rob Minkoff, regista che non a caso viene dall'animazione e dal grande successo de Il Re Leone, rilegge una nota favola dello scrittore americano E.B. White, trovandovi all'interno l'opportunità di giocare “dal vero” sulle proporzioni e su uno schiacciamento delle coordinate spazio-temporali. Nella New York della famiglia Little non ci sono tracce che rimandano a una precisa collocazione. Anche se inserito all'interno di uno skyline newyorkese visibilmente artificioso e accompagnato delle insidie dei giardini di Central Park, l'universo dei Little è fuori da ogni tempo: l'abbigliamento vintage, il perbenismo ostinato, l'estetica sospesa fra sobrietà art decò e una pop art dai toni pastello.
La costruzione di una realtà favolosa e l'abbattimento delle gerarchie del regno animale, procedimenti così naturali nell'animazione, vengono problematizzati inStuart Little non solo da una storia che parla di accettazione e di appartenenza, ma anche attraverso scelte di regia ed effetti di post-produzione che fanno di tutto per dare un senso di elasticità alle proporzioni. Minkoff si impegna anche visivamente a minimizzare il mondo degli adulti (che appaiono per lo più manichini sorridenti e benpensanti), e a gonfiare quello dei piccoli, fino a farvi contenere avventure e imprese in miniatura (la regata fra i modellini di barche, la caccia al topo notturna a Central Park). In questo universo fiabesco trova collocazione ideale Stuart, topino dotato di una capacità di affetto garantita solo dalla purezza del digitale; mentre, al contrario, i gatti appaiono come gli unici soggetti contaminati dal cinismo della City.
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