Prendendo spunto da Bowling A Columbine di Michael Moore, Enrico Caria fa una lunga riflessione sul suo paese natio - sulla camorra e sulla possibile esistenza delle cosiddette "due città" - dando vita, colore e parole al film-documentarioVedi Napoli e poi muori. Il titolo è volutamente provocatorio perché utilizza il famoso detto per denunciare gli innumerevoli omicidi avvenuti per mano della camorra che a Napoli e dintorni regna sovrana.
Nel suo progetto, iniziato all'alba dell'uscita della pellicola di Moore, il regista impiega filmati girati nel corso degli anni con l'ausilio di supporti diversi (dalla telecamerina da comunione fino alle telecamere più professionali) partendo dalla vittoria della squadra del capoluogo campano del campionato italiano nel 1987. Condendo fatti e misfatti con la tipica ironia partenopea per sdrammatizzare, Caria realizza un'opera forte, vera, lucida. A raccontare gli ultimi vent'anni di storia della città e della malavita napoletana - sin troppo spesso taciuta dai quotidiani nazionali - ci pensano Roberto Saviano (autore del libro-caso Gomorra - Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra, la scrittrice Valeria Parrella, Don Vittorio Siciliani, il fondatore dell'Osservatorio sulla camorra Amato Lamberti, il cantante degli A'67, giovane band di Scampia, e poi ancora amici, maestre di strada, gente del luogo, intellettuali e politici locali. Nel documentario si raccontano - attraverso una serie di interviste e stralci di filmati d'epoca - l'ascesa della camorra negli anni '80, i motivi che l'hanno resa forte e le sue debolezze; il "più devastante terremoto degli ultimi 100 anni"; lo spaccio di stupefacenti che avviene alla luce del sole; la realtà di tanti giovani e meno giovani che vivono nella precarietà; il "rinascimento bassoliniano". Ma innanzitutto l'intenzione di Caria è di mostrare, attraverso un'accurata "fotografia" a colori, la gente perbene che ogni giorno lotta per riuscire a tirare fuori il meglio da una città che pullula d'illegalità. Parafrasando le parole del regista per descrivere l'opera letteraria di Saviano, Vedi Napoli e poi muori è un "affresco chiarissimo" che sconvolgerà l'Italia.
Nel suo progetto, iniziato all'alba dell'uscita della pellicola di Moore, il regista impiega filmati girati nel corso degli anni con l'ausilio di supporti diversi (dalla telecamerina da comunione fino alle telecamere più professionali) partendo dalla vittoria della squadra del capoluogo campano del campionato italiano nel 1987. Condendo fatti e misfatti con la tipica ironia partenopea per sdrammatizzare, Caria realizza un'opera forte, vera, lucida. A raccontare gli ultimi vent'anni di storia della città e della malavita napoletana - sin troppo spesso taciuta dai quotidiani nazionali - ci pensano Roberto Saviano (autore del libro-caso Gomorra - Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra, la scrittrice Valeria Parrella, Don Vittorio Siciliani, il fondatore dell'Osservatorio sulla camorra Amato Lamberti, il cantante degli A'67, giovane band di Scampia, e poi ancora amici, maestre di strada, gente del luogo, intellettuali e politici locali. Nel documentario si raccontano - attraverso una serie di interviste e stralci di filmati d'epoca - l'ascesa della camorra negli anni '80, i motivi che l'hanno resa forte e le sue debolezze; il "più devastante terremoto degli ultimi 100 anni"; lo spaccio di stupefacenti che avviene alla luce del sole; la realtà di tanti giovani e meno giovani che vivono nella precarietà; il "rinascimento bassoliniano". Ma innanzitutto l'intenzione di Caria è di mostrare, attraverso un'accurata "fotografia" a colori, la gente perbene che ogni giorno lotta per riuscire a tirare fuori il meglio da una città che pullula d'illegalità. Parafrasando le parole del regista per descrivere l'opera letteraria di Saviano, Vedi Napoli e poi muori è un "affresco chiarissimo" che sconvolgerà l'Italia.
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