In un quieto villaggio montano del Far West (ricostruito sulle Alpi Apuane, in Garfagnana) vive e lavora un bravo Doc (L. Pieraccioni), non violento a 18 carati, buon marito di un'amerinda bellina (S. Holt) che ha il compito del narratore. In casa di Doc ritorna, dopo vent'anni, il suo babbo (H. Keitel), famoso pistolero pentito, a portar guai che pigliano la forma di un altro pistolero, ma psicopatico e crudele (D. Bowie) e dei suoi due sgherri dalle facce patibolari. Fanno da contorno il matto del villaggio (J. Van Der Woude), la bionda tenutaria del saloon che si vede nuda sotto la doccia all'aria aperta (A. Marcuzzi), macchiette strapaesane e una tribù di veri pellerossa (scrupolosamente sottotitolati) in trasferta transatlantica per far montare a 10 miliardi e più il costo di questo straparlato “spaghetti-western” alla vaselina. Passa quasi un'ora prima che accada qualcosa e non è che i personaggi siano così interessanti da sorreggere il racconto lasco e moscio. Quando, però, dopo la teatralissima entrata in scena di D. Bowie (che poi spiattella una notturna e minacciosa cantata di “Glory, glory hallelujah”), qualcosa succede, il film peggiora. Nelle sue soporifere cadenze di commedia toscaneggiante per famiglie, il film mollaccione, scritto da Veronesi con Pieraccioni che fa le facce invece di recitare, è una spudorata incarnazione del buonismo italiano di fine secolo.
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