Regista discontinuo, capace di almeno una sorpresa epocale (Lola corre) e di più di un imperdonabile scivolone, un’opera di Tom Tykwer è esposta più o meno alla stessa bizzarria del caso che spesso popola le sue narrazioni. Questo 3 , che mescola commedia e dramma in dosi dispari, con un’esplicita predilezione per la prima, ha il grandissimo merito di possedere due attori protagonisti (ma il discorso vale soprattutto per lei, Sophie Rois) che recitano i dialoghi più cinici come se la battuta fosse apparsa davvero nella loro mente in quell’istante e non conoscesse una vita pregressa sulla carta. Al limite del buon gusto, certo, perché lungo tutto l’episodio che ruota attorno alla madre di Simon si fa fatica a non storcere la bocca, ma con una coerenza di tono che si fa “cifra” caratterizzante e originale. Peccato che, in un lungometraggio di impianto assolutamente realistico (fatta eccezione per la pacchianata dell’angelo, retaggio di un’estetica che il regista pareva aver abbandonato) e che guarda in maniera interessante ai costumi odierni e alle odierne dinamiche di coppia, la volontà testarda di dribblare il peso degli eventi fino alla fine, porta malauguratamente ad un finale scontato e implausibile allo stesso tempo.
La coincidenza dei fattacci (l’operazione di Simon e la notte clandestina di Hanna, per esempio) conteneva già una bella dose di ironia propria della vita vera e di equivoco adatto alla commedia, chiedere di meglio al finale è stata una scelta azzardata e il film la paga. Ma non c’è dubbio che, nella sua Berlino, Tikwer dia il meglio di sé nella descrizione degli ambienti sociali, delle professioni invidiabili, delle abitudini dei giovani ad oltranza. Per questo, e per le buffe facce della Rois, il film è un esperimento riuscito e se lo dice da solo, con l'ultimissima immagine.
Nessun commento:
Posta un commento