A bordo del malandato peschereccio Medea i giorni di Giuseppe, siciliano burbero e scontroso, e Yousef, esiliato tunisino solare e giocoso, scorrono uguali tra una battuta di pesca e una partita a carte, scanditi soltanto dalla presenza della radio, unico mezzo di comunicazione col mondo esterno. Nell'angusto e claustrofobico spazio della barca arrugginita, un puntino isolato in mezzo al blu dello sconfinato mare siciliano, sarà proprio la radio a incrinare il rapporto fraterno tra i due uomini uniti dalla fatica e dalla miseria.
L'annuncio radiofonico di una caccia all'uomo sulle tracce di un terrorista di nome Yousef (responsabile dell'attentato di Madrid) sarà la scintilla che insinuerà il dubbio e il sospetto verso "l'altro" nella mente di Giuseppe. In un incalzante vortice di incertezze e incomprensioni, la situazione precipiterà ribaltando più volte il rapporto tra i due amici, entrambi vittime e carnefici in un conflitto psicologico fatto di diffidenza e aggressività.
Il regista Mohsen Melliti, scrittore e giornalista tunisino, ma trapiantato in Italia da quasi vent'anni, è anche autore della sceneggiatura di questo gioco di sospetti e ambiguità tra due personaggi profondamente umani, sfaccettati e autentici, entrambi alternativamente "accusato" e "accusatore" in un processo alle intenzioni che si svolge in mare aperto. Nel contesto spoglio, minimale, a tratti addirittura metafisico, del peschereccio, un microcosmo "fuori dal mondo" ma a esso legato, i due attori agiscono come su un palco teatrale, dando vita e forza a dialoghi brillanti e non scontati, recitati con passione e abilità nel siciliano stretto (a volte troppo) di Raoul Bova (in una sorprendentemente matura e convincente interpretazione) e nell'ancor più credibile "italiano alla tunisina" del siciliano Giovanni Martorana.
Non senza qualche ingenuità di scrittura (il ritaglio di giornale a due facce, per dirne una), qualche forzatura un po' didascalica e una troppo repentina evoluzione finale dei fatti, il regista dimostra abilità nella direzione degli attori e nei dialoghi, come pure nella volontà di affrontare un tema politico in un contesto quasi astratto, dimesso ma proprio per questo più "a misura d'uomo". Vincente dunque la scelta di ambientare la vicenda interamente a bordo di una barca, spazio ostile e isolato che, nella sua impersonalità, rende i due uomini ugualmente vittime di qualcosa di più grande di loro. Vittime inconsapevoli di un sospetto verso "l'altro" latente e radicato, vittime come forse siamo un po' tutti.
L'annuncio radiofonico di una caccia all'uomo sulle tracce di un terrorista di nome Yousef (responsabile dell'attentato di Madrid) sarà la scintilla che insinuerà il dubbio e il sospetto verso "l'altro" nella mente di Giuseppe. In un incalzante vortice di incertezze e incomprensioni, la situazione precipiterà ribaltando più volte il rapporto tra i due amici, entrambi vittime e carnefici in un conflitto psicologico fatto di diffidenza e aggressività.
Il regista Mohsen Melliti, scrittore e giornalista tunisino, ma trapiantato in Italia da quasi vent'anni, è anche autore della sceneggiatura di questo gioco di sospetti e ambiguità tra due personaggi profondamente umani, sfaccettati e autentici, entrambi alternativamente "accusato" e "accusatore" in un processo alle intenzioni che si svolge in mare aperto. Nel contesto spoglio, minimale, a tratti addirittura metafisico, del peschereccio, un microcosmo "fuori dal mondo" ma a esso legato, i due attori agiscono come su un palco teatrale, dando vita e forza a dialoghi brillanti e non scontati, recitati con passione e abilità nel siciliano stretto (a volte troppo) di Raoul Bova (in una sorprendentemente matura e convincente interpretazione) e nell'ancor più credibile "italiano alla tunisina" del siciliano Giovanni Martorana.
Non senza qualche ingenuità di scrittura (il ritaglio di giornale a due facce, per dirne una), qualche forzatura un po' didascalica e una troppo repentina evoluzione finale dei fatti, il regista dimostra abilità nella direzione degli attori e nei dialoghi, come pure nella volontà di affrontare un tema politico in un contesto quasi astratto, dimesso ma proprio per questo più "a misura d'uomo". Vincente dunque la scelta di ambientare la vicenda interamente a bordo di una barca, spazio ostile e isolato che, nella sua impersonalità, rende i due uomini ugualmente vittime di qualcosa di più grande di loro. Vittime inconsapevoli di un sospetto verso "l'altro" latente e radicato, vittime come forse siamo un po' tutti.
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