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18 gennaio 2012

L'estate d'inverno

Un film di Davide Sibaldi. Con Pia Lanciotti, Fausto Cabra Drammatico, durata 70 min. - Italia 2008. - Iris Film Distribution uscita venerdì 15 ottobre 2010.

Locandina L'estate d'inverno
Christian è in viaggio, ha 19 anni e ama le imperfezioni. Lulù è una prostituta siciliana che capisce le rotte degli aerei ascoltandone solo il rombo dei motori. In un motel di Copenhagen, lei ha terminato il suo "lavoro" con Christian, ma lui le chiede di rimanere a parlare, per un'ora dopo "l'amore". Insieme scopriranno il dolore per il passato e il coraggio per il futuro.
Girato fra Italia e Danimarca, L'Estate d'Inverno ha vinto l'European Film Festival e il Chicago Lake County Film Festival. Il regista Davide Sibaldi quando l'ha diretto aveva appena 19 anni ma un'audacia già decisa. Totalmente filmato in un stanza di motel, la pellicola è un dramma da "camera" in tutti sensi, fisici e cinematografici. Un viaggio tra quattro mura nella vita e nella "paura della felicità" di due persone, un uomo e una donna bene interpretati da due attori provenienti dal "Piccolo Teatro" di Milano: Fausto Cabra e Pia Lanciotti. Difatti, L'estate d'Inverno ha una forte matrice teatrale: il tempo del racconto coincide con quella della realtà e la parola domina sull'immagine. Ma ha anche una radice visiva importante come nel Kammerspielfilm tedesco dove la psicologia umana plasmava il racconto. Il cinema sbuca fuori prima silenzioso poi inesorabile, nella lotta di dialoghi, campi e controcampi aggressivi, battaglie di espressioni, di scontri fisici, cadenzati dal montaggio di Rita Rossi e dal respiro che le musiche di Davide Fusco, tra elettronica e arpeggi di chitarra, contrappongono alla claustrofobia del set.
Contravvenendo ad una delle regole auree della settima arte, "Show, don't tell" (mostra, non parlare), L'estate d'Inverno è un film difficile per lo spettatore che può perdersi nei mille dialoghi: appare verboso e spesso inciampa in qualche psicologismo di troppo (i continui riferimenti a "madre e "padre"). Ma tra i difetti imputabili alla natura di opera prima, il film scova intuizioni e riflessioni importanti, sapendo appunto che la bellezza è una "cosa pesante" e che spesso, nella vita, ci si può trovare in stanze chiuse, vere o simboliche, aspettando d'incontrare qualcuno o addirittura l'estate d'inverno, dove il ghiaccio ostacola ma non elimina il calore.

Valérie - Diario di una ninfomane

Un film di Christian Molina. Con Belén Fabra, Leonardo Sbaraglia, Llum Barrera, Geraldine Chaplin, Angela Molina. Drammatico, durata 95 min. - Spagna 2008. - Mediafilm uscita giovedì 30 aprile 2009. - VM 14

Locandina Valérie - Diario di una ninfomane
Valérie Tasso scopre il sesso a 15 anni. Nel momento in cui si avvicina ai trenta è affamata di sesso e non esita a definirsi ninfomane. Confida le sue pulsioni alla saggia nonna che la invita a non frustrare il desiderio ma anche a riuscire a comprendere il senso di solitudine che lei tenta di rimuovere. Dopo la morte della nonna, perso il lavoro, Valérie ne cerca uno nuovo. Incontra così Jaime, un uomo romantico che, per la prima volta, la fa sentire innamorato. Tutto procede per il meglio fino a quando…
Bisogna utilizzare i puntini di sospensione quando si riferisce di un mélo perché qualsiasi ulteriore informazione potrebbe rovinare l'attesa degli eventi. Valérie Tasso non è un personaggio immaginario. È una donna colta di 37 anni che ha scritto un libro sulla sua vita sessuale di francese che vive a Barcellona. Il libro ha fatto scalpore perché lo stile della narrazione non era né quello pedopruriginoso alla Melissa P. né freddo e paraginecologico come tanta pubblicistica che negli anni recenti ha occupato gli scaffali delle librerie. La Tasso ha mescolato desiderio, passione e sofferenza nelle sue pagine e altrettanto fa Molina tanto che ci si può chiedere se sia possibile fare un film romantico basandosi su una perversione. La risposta è sì perché la sceneggiatura, sfruttando l'iniziale rapporto con la nonna (una Geraldine Chaplin finalmente fuoriuscita dagli horror) inserisce il tema della soddisfazione delle pulsioni come rimedio a un profondo senso di solitudine.
Gli uomini, così ‘necessari' per l'eros, non fanno una bellissima figura nel film. A partire da Jaime, l'amore romantico (ma dalla eiaculazione precoce) che si trasforma inopinatamente in un pericolo. Per il resto non c'è nulla di più trasgressivo (anzi) di quanto non si possa vedere nella serie tv Satisfaction. Il problema è semmai dato dall'eccessiva enfasi della colonna sonora che, in più di un'occasione, trasforma quella che avrebbe potuto essere una cronaca partecipe di un percorso femminile nella sessualità in un feuilleton quasi d'altri tempi. Un suggerimento: non lasciate la sala all'inizio dei titoli di coda. C'è ancora una sorpresa.

La fuga di Logan

Un film di Michael Anderson. Con Peter Ustinov, Michael York, Richard Jordan, Farrah Fawcett, Jenny Agutter. Titolo originale Logan's Run. Fantascienza, durata 120 min. - USA 1976.

Dal romanzo di William F. Nolan e George Clayton Johnson: in una megalopoli del XXII secolo, nel 2274, un poliziotto in crisi di coscienza chiede a una bella e occasionale compagna di metterlo in contatto con le forze della resistenza. Racconto di fantascienza che non lesina sul piano del meraviglioso, aiutato dalla suggestiva fotografia di Ernest Laszlo. Come dire che la cornice vale più del quadro. C'è, infatti, debolezza logica, confusione, mancanza di stile. Oscar speciale per gli effetti visivi. Trasposto in una miniserie TV.

14 gennaio 2012

La talpa

Un film di Tomas Alfredson. Con Gary Oldman, Kathy Burke, Benedict Cumberbatch, David Dencik, Colin Firth. Titolo originale Tinker Tailor Soldier Spy. Spionaggio, durata 127 min. - Gran Bretagna, Francia, Germania 2011. - Medusa uscita venerdì 13 gennaio 2012.

Locandina La talpa
Londra, 1973. Control, il capo del servizio segreto inglese, è costretto alle dimissioni in seguito all’insuccesso di una missione segreta in Ungheria, durante la quale ha perso la copertura e la vita l’agente speciale Prideaux. Con Control se ne va a casa anche il fido George Smiley, salvo poi venir convocato dal sottogretario governativo e riassunto in segreto. Il suo compito sarà scoprire l’identità di una talpa filosovietica, che agisce da anni all’interno del ristretto numero degli agenti del Circus: quattro uomini che Control ha soprannominato lo Stagnaio, il Sarto, il Soldato e il Povero.
John Le Carré, prima di diventare uno dei massimi esponenti della letteratura di spionaggio, è stato dipendente del MI6 e ha effettivamente visto la propria carriera interrompersi a causa di un agente doppiogiochista al soldo del KGB. Di questa trasposizione per il grande schermo Le Carrè stesso ha dichiarato: “sono orgoglioso di aver consegnato ad Alfredson il mio materiale, ma ciò che ne ha realizzato è meravigliosamente suo”, e non potrebbe esserci verità più lampante e gradita.
Meno rispondente, forse, al sapore del libro ricreato in sede televisiva trent’anni fa con un grande Alec Guinnes e il plauso incondizionato dell’autore, la Talpa di Alfredson soffrirebbe dentro qualsiasi schermo più piccolo di quello cinematografico. Perché è di un gran film che si tratta, di quel genere di film che è reso tale dalla perfezione delle parti e da qualcosa di più.
Visivamente impeccabile -elegante e vivido al punto che si sentono l’odore della polvere sui mobili, il leggero graffiare del tessuto dei cappotti, il fumo delle sigarette, l’umido, i sospiri-, il film ha una delicatezza che non si direbbe possibile sulla carta, parlato moltissimo com’è, da attori dal peso specifico enorme (dei quali il recentemente oscarizzato Colin Firth è in fondo il meno impressionante).
Lo Smiley di Gary Oldman è il più leggero ed immenso, col passo felpato e il cuore gonfio, non si sa se più fragile o più terrorizzante, impossibile cioè da “catturare” in un’impressione univoca. Qualcuno che confonde: un virtuoso del proprio mestiere di segreto ambulante.
Ma il vero valore aggiunto del film, il tocco che quasi riscrive il genere di appartenenza di questa pellicola, è il suo cuore sentimentale, addirittura romantico. Trattenuto, imploso, mostrato per piccoli indizi, quasi fossero distrazioni, il sentimento amoroso (tragico ma vitalissimo) è ciò che scalda il film di Alfredson da cima a fondo: il punto debole che fa la sua forza, il dettaglio che fa la sua grandezza.

Immaturi - Il viaggio

Un film di Paolo Genovese. Con Ambra Angiolini, Luca Bizzarri, Barbora Bobulova, Raoul Bova, Anita Caprioli. Commedia, durata 100 min. - Italia 2012. - Medusa uscita mercoledì 4 gennaio 2012.

Locandina Immaturi - Il viaggio
Dopo aver finalmente sostenuto la maturità il gruppo di quasi-quarantenni al centro di Immaturi, si prende una settimana di vacanza per il più classico dei viaggi post-esame, nella più classica delle località adolescenziali: un'isola greca.
Le tentazioni di ogni sorta che troveranno sull'isola non faranno che aumentare ed esasperare i conflitti latenti, le paure e i nodi irrisolti delle relazioni che animano l'interno del gruppo.
L'epopea del raggiungimento della maturità (intesa concretamente come "esame di stato") è stata lo specchio del raggiungimento di un'insperata maturità (intesa in senso ideologico come maturazione mentale e assunzione delle responsabilità) per un gruppo di adulti poco cresciuti che dovrebbe rispecchiare lo stato di buona parte della nostra società. Ora il viaggio che segue questo traguardo mette alla prova le conquiste del primo film, per un ulteriore passo in avanti nella scala della maturazione.
In realtà quello che succede è che per girare in meno di un anno il seguito di un film di grande (e inaspettato, per tutti) successo si procede nella maniera più rapida: si lasciano intatti personaggi, dinamiche e relazioni cambiando unicamente il contesto, in modo da prestare il fianco a nuove avventure per i medesimi caratteri. È la struttura seriale dei fumetti o dei cartoni animati, non mutare nè far evolvere i personaggi (o farlo molto molto lentamente) per reiterare possibilmente all'infinito avventure quasi uguali.
In questo nuovo film gli immaturi, trovata ormai una sistemazione sentimentale (tutti tranne uno, il donnaiolo indefesso) passano al livello successivo: mantenerla. Tra tradimenti veri e presunti, velleità di indipendenza e confronto con la propria volontà di non impegnarsi il risultato sarà il medesimo del primo film. Il problema semmai è come Immaturi - Il viaggio scelga di arrivare a questo finale, cioè abusando di una struttura ruffiana che propone il grado zero della variazione sui temi scelti.
Il figlio mammone che ora è fidanzato iper-innamorato e affezionato, il bello che crede di non poter avere cedimenti davanti ad un possibile tradimento, l'indipendente che si pente del suo isolamento, lo sciupafemmine che non vuole impegnarsi, sono tutti punti di partenza comuni a tante commedie che Immaturi - Il viaggio continua a far rimanere spunti, senza regalare mai a nessun personaggio uno svolgimento o una messa in discussione degna di nota. Sebbene si proponga di raccontare l'atteggiamento di fronte a problemi comuni di diverse tipologie umane, Paolo Genovese non riesce mai a rappresentare qualcosa che esuli dal luogo comune filmico, finendo per rimestare nel solito repertorio di ralenti, altalene di fronte al mare, sguardi malinconici alla Luna e anelli consegnati nel momento sbagliato.
Il film insomma si accontenta di fare il minimo lavoro immaginabile sul racconto, riproponendo tutto il già visto in decenni di cinema e televisione con una verve che solo in rarissimi momenti è in grado di giustificare l'operazione, in gran parte dovuta alle singole individualità e non alla messa in scena.
Totalmente fuori parte, ruolo e film l'apparizione di Luca Zingaretti, un momento di surrealismo puro.

Non avere paura del buio

Un film di Troy Nixey. Con Katie Holmes, Guy Pearce, Bailee Madison, Alan Dale, Jack Thompson. Titolo originale Don't Be Afraid of the Dark. Thriller, durata 99 min. - USA, Australia 2011. - Lucky Red uscita venerdì 13 gennaio 2012.

Locandina Non avere paura del buio
Un sinuoso movimento di macchina ci accompagna al di là del cancello di un maniero vittoriano: dopo aver compiuto un tremendo omicidio, un uomo viene inghiottito da una fornace. Un secolo dopo, la piccola Sally è in volo per raggiungere il padre Alex e la sua giovane fidanzata Kim, che hanno da poco concluso proprio il restauro di quella vecchia casa dove abiteranno temporaneamente in prospettiva di una futura vendita. Poco incline ad accettare la compagna del genitore, la bambina scopre uno scantinato in cui, senza volerlo, libera una terribile forza pronta a trascinarla nell'oscurità.
Remake di un horror televisivo diretto nel 1973 da John Newland, Non avere paura del buio segna l'esordio nel lungometraggio di Troy Nixey, comic book artist divenuto pupillo del produttore e sceneggiatore Guillermo Del Toro, vero deus ex machina dell'operazione. Stando ben attento alla consonanza con la propria marca autoriale, infatti, il cineasta messicano espande la storia del teleplay originale e cambia il punto di vista, non più riferibile ad un adulto come nel titolo prodotto dalla ABC, ma ad una bambina introversa e per di più fotografata in un difficile momento di transizione.
Ad una prima visione, la pellicola è fortemente impregnata degli stessi umori del suo immaginario, a cominciare dalla scelta di indagare un mondo dell'infanzia che – in maniera uguale e diversa ai precedenti di La spina del diavolo (2001) e Il labirinto del fauno (2006) – si oppone a quello realistico dell'età adulta fino all'inaspettata convergenza precedente alla messa in crisi finale dei due fronti.
Differentemente dai titoli personalmente firmati da Del Toro, però, il gusto del macabro qui appare scollato da una costruzione narrativa eccessivamente scolastica dove a lungo andare mancano l'insistenza sul dettaglio, l'apertura verso l'ignoto e l'evocazione del vero mistero. Agli occhi della piccola protagonista quelle forze oscure che, rimaste recluse per decenni, tornano assetate di corpi hanno un aspetto non troppo diverso dalla volgarità dei conteggi economici degli adulti. Riuscito soprattutto a livello visivo, il film di Troy Nixey difetta insomma di quell'autentico amore per il mostruoso che rende le nerissime fiabe dirette dal talentuoso produttore-sceneggiatore qualcosa di più di semplici racconti d'intrattenimento.
Esplicitamente citato dal bibliotecario che mostra a Kim un lotto di dipinti segreti, lo scrittore gallese Arthur Machen, per cui fate e gnomi non erano solo innocui parti della fantasia, è una delle passioni di Del Toro oltreché fonte teorica e summa di molto suo cinema.

Born To Be a Star

Un film di Tom Brady. Con Christina Ricci, Stephen Dorff, Nick Swardson, Don Johnson, Dana Goodman. Commedia, - USA 2011. - Sony Pictures

Locandina Born To Be a Star
Il film racconta la storia di un giovane nerd che vive in un piccolo centro abitato nel Nord dell’Iowa. La quotidianità del ragazzo verrà sconvolta quando un giorno scoprirà un incredibile segreto di famiglia: i suoi genitori, apparentemente una coppia tranquilla e rispettabile come tante, erano celebri attori porno negli anni Settanta! Cosa fare se non partire verso Los Angeles per ricalcare le orme dei genitori e diventare una star del porno?

The Butterfly Effect 2

Un film di John R. Leonetti. Con Eric Lively, Erica Durance, Gina Holden, Dustin Milligan, David Lewis. Thriller, durata 92 min. - USA 2006.

Locandina The Butterfly Effect 2
Nick Larson, la sua fidanzata Julie e i loro due migliori amici festeggiano il compleanno di Julie con una bella escursione al lago. Nick però viene richiamato da un collega per un problema al lavoro, da cui dipende la sua promozione. A malincuore decidono di lasciare il lago e tornare a casa; durante il viaggio di ritorno i ragazzi, con Nick al volante, hanno un incidente nel quale tutti perdono la vita, mentre lui si salva miracolosamente. Un anno dopo, Nick scopre un modo per tornare indietro nel tempo e rimediare all'accaduto, ma con tragiche conseguenze per il futuro.

L'erede - The Heir

Un film di Michael Zampino. Con Alessandro Roja, Guia Jelo, Davide Lorino, Maria Sole Mansutti, Tresy Taddei Noir, - Italia 2011. - Iris Film Distribution uscita venerdì 8 luglio 2011.

Locandina L'erede - The Heir
Dopo la morte del padre, il ricco radiologo Bruno riceve in eredità una villa sperduta tra i monti Sibillini. Senza grandi aspettative né entusiasmo, prende la macchina e insieme alla fidanzata corre a vedere la casa. Una volta raggiunto il posto, scopre di avere tra le mani una proprietà interessante e decide di ristrutturarla per rivenderla all'offerente più generoso. Scopre anche la presenza poco rassicurante della famiglia Santucci, i vicini di casa, vecchi amici e confidenti del padre, malamente intenzionati a prendere possesso delle mura cadenti della villa. Capisce presto che, dietro alla prodigata gentilezza dei dirimpettai, si nasconde la brama violenta di estorcergli casa, mobili e giardino, e il desiderio di vendicarsi per i soprusi subiti dal misterioso genitore.
Con poche locations a disposizione, una casa isolata, un albergo e qualche strada tortuosa dell'Appennino umbro-marchigiano, il regista Michael Zampino ha preferito puntare sulla forza carismatica degli attori. La scommessa di riuscire ad essere avvincente, malgrado un budget ridotto e un cast al minimo indispensabile, deve essere stato un passaggio obbligato, necessario a esaltare gli aspetti più intriganti della sceneggiatura scritta da Ugo Chiti, senza scadere in un'eccessiva semplificazione visiva. L'aiuto deriva dal cast (Guia Jelo su tutti, in gioco nella trama con anima e corpo), fatto di volti convincenti e interpretazioni ponderate. Il protagonista, Alessandro Roja, dal ruolo televisivo del Dandi (il criminale ‘carnefice' più calcolatore della Banda della Magliana) passa all'esatto opposto e diventa la ‘vittima' innocente di un complotto: anche in questa nuova versione più ingenua e spassionata, a tratti fin troppo ingessata, dimostra però di non essere immune da un istinto di prevaricazione atavica, sottile e inizialmente invisibile.
L'identità della sua classe sociale - la convenzionale borghesia milanese – viene messa sotto analisi e confrontata con il comportamento deviato (da anni di frustrazione e violenza) della rurale famiglia Santucci. Lo scontro si svela lentamente fino a sfociare in una vera e propria battaglia, combattuta a colpi di invasione di proprietà privata, gesti intimidatori e provocazioni sessuali. E malgrado i limiti di una fotografia senza ombre né luci (un peccato, considerando cheL'erede, per temi e precetti, si inserisce perfettamente nel genere del noir), il film riesce a sostenere una struttura narrativa fatta di pochi movimenti, grandi dialoghi e cura dei dettagli. La presenza inquietante del coniglio, mai ridondante, sempre puntuale a segnare l'inizio di un nuovo capitolo della storia, è l'immagine memorabile di un esordio che dimostra grandi potenzialità. Michael Zampino è già atteso alla prossima prova.

Terraferma

Un film di Emanuele Crialese. Con Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello, Timnit T.. Drammatico, durata 88 min. - Italia, Francia 2011. - 01 Distribution uscita mercoledì 7 settembre 2011.

Locandina Terraferma
In un'isola del Mare Nostrum, Filippo, un ventenne orfano di padre, vive con la madre Giulietta e il Nonno Ernesto, un vecchio e irriducibile pescatore che pratica la legge del mare. Durante una battuta di pesca, Filippo ed Ernesto salvano dall'annegamento una donna incinta e il suo bambino di pochi anni. In barba alla burocrazia e alla finanza, decidono di prendersi cura di loro, almeno fino a quando non avranno la forza di provvedere da soli al loro destino. Diviso tra la gestione di viziati vacanzieri e l'indigenza di una donna in fuga dalla guerra, Filippo cerca il suo centro e una terra finalmente ferma.
Terraferma è la terza opera che Emanuele Crialese dedica al mare della Sicilia in un'instancabile ricerca estetica avviata con Respiro nove anni prima. Come Conrad, Crialese per raccontare gli uomini sceglie “un elemento altrettanto inquieto e mutevole”, una visione azzurra ‘ancorata' questa volta al paesaggio umano e disperato dei profughi. Sopra, sotto e intorno a un'isola intenzionalmente non identificata, il regista guarda al mare come luogo di infinite risonanze interiori. Al centro del suo ‘navigare' c'è di nuovo un nucleo familiare in tensione verso un altrove e oltre quel mare che invade l'intera superficie dell'inquadratura, riempiendo d'acqua ogni spazio.
Dentro quella pura distesa assoluta e lungo il suo ritmo regolare si muovono ingombranti traghetti che vomitano turisti ed echi della terraferma, quella a cui anela per sé e per suo figlio la Giulietta di Donatella Finocchiaro. Perché quel mare ingrato gli ha annegato il marito e da troppo tempo è avaro di pesci e miracoli. Da quello stesso mare arriva un giorno una ‘madonna' laica e nera, che il paese di origine ha ‘spinto' alla fuga e quello ospite rifiuta all'accoglienza. La Sara di Timnit T. è il soggetto letteralmente ‘nel mezzo', a cui corrisponde con altrettanta drammaticità la precarietà sociale della famiglia indigena, costretta su un'isola e dentro un garage per fare posto ai vacanzieri a cui è devoto, oltre morale e decenza civile, il Nino ‘griffato' (e taroccato) di Beppe Fiorello. Ma se l'Italia del continente, esemplificata da tre studenti insofferenti, si dispone a prendere l'ultimo ferryboat per un mondo di falsa tolleranza dove non ci sono sponde da lambire e approdare, l'Italia arcaica dei pescatori e del sole bruciante (re)agisce subito con prontezza ai furori freddi della tragedia. Di quei pescatori il Filippo di Filippo Pucillo è il degno nipote, impasto di crudeltà e candore, che trova la via per la ‘terraferma' senza sapere se il mare consumerà la sua ‘nave' e la tempesta l'affonderà. Nel rigore della forma e dell'esecuzione, Crialese traduce in termini cinematografici le ferite dell'immigrazione e delle politiche migratorie, invertendo la rotta ma non il miraggio del transatlantico di Nuovomondo. Dentro i formati allungati e orizzontali, in cui si colloca il suo mare silenzioso, Terraferma trova la capacità poetica di rispondere alle grandi domande sul mondo. Un mondo occupato interamente dal cielo e dal mare, sfidato dal giovane Filippo per conquistare identità e ‘cittadinanza'.

Sguardo nel vuoto

Un film di Scott Frank. Con Joseph Gordon-Levitt, Jeff Daniels, Matthew Goode, Isla Fisher, Carla Gugino. Titolo originale The Lookout. Drammatico, durata 98 min. - USA 2007. - Buena Vista uscita venerdì 13 luglio 2007.

Locandina Sguardo nel vuoto
Chris Pratt guida a fari spenti nella notte per mostrare agli amici e alla fidanzata le lucciole che volano sopra una vecchia autostrada di campagna. Il gioco finisce contro una trebbiattrice che falcia la vita dei suoi compagni e segna per sempre la sua e quella della sua ragazza. Quattro anni dopo, Chris soffre ancora di vuoti di memoria e di narcolessia, ha problemi a mettere in sequenza gli eventi quotidiani e a rimuovere il senso di colpa.
Lewis è un assistente sociale non vedente che lo aiuta a mettere in ordine i frame della sua esistenza. Ex campione di hockey su ghiaccio, Chris è impiegato come factotum presso una banca. Avvicinato dal losco Gary Spargo, una vecchia e dimenticata conoscenza scolastica, si fa convincere a rapinare la banca. Il disorientamento di Chris farà la differenza.
Scott Frank, sceneggiatore di Out of Sight e Minority Report, debutta dietro la macchina da presa con un film ambizioso e sfuggente. Si muove su più coordinate e attraversa i generi, contaminando con disinvoltura il thriller con l'heist movie (film di rapina) e aggiungendo nel contempo inserti da dramma familiare: Chris è figlio e fonte di imbarazzo di una famiglia benestante e benpensante.
Sguardo nel vuoto inizia come un thriller: un'auto e quattro ragazzi lanciati sull'autostrada, l'assassino è una mostruosa trebbiatrice che si materializza portandosi via la metà di loro. Ma poi uno scarto decisivo, il progetto di rapinare una banca, sviluppa il tema narrativo secondo le regole dell'heist movie. O più semplicemente riconferma l'impossibilità di fissare nell'opera prima di Frank tratti identitari definiti. Come nella mente confusa del protagonista, un genere si confonde nell'altro, trasformando qualsiasi cosa in altro da sé: il sogno in realtà, la realtà in incubo.
Il Chris di Joseph Gordon-Levitt, l'inquieto interprete di Gregg Araki (Mysterious skin), è impregnato di colpa, cambia letto e cuscino senza per questo trovare pace e sonno. Il senso di colpa preme ossessivamente dall'esterno nel tentativo di entrare e i suoi vuoti, di memoria e non di sguardo, diventano un potente filtro distorcente: Chris chiama limoni i pomodori e sesso l'amore. Un debutto intelligente che mette però in circolo un immaginario innocuo. Un'altalena fra l'integrazione alle logiche del cinema commerciale e la ricerca di una cifra personale e indipendente. Comunque da "memorizzare" (sul taccuino).

My Soul To Take

Un film di Wes Craven. Con Max Thieriot, Frank Grillo, Denzel Whitaker, Zena Grey, Emily Meade. Horror, - USA 2010.

Locandina My Soul To Take
Nella sonnolenta città di Riverton, la leggenda narra di un serial killer che giurò che sarebbe tornato per uccidere i sette bambini nati la notte in cui morì. Ora, 16 anni dopo, le persone hanno cominciato a sparire di nuovo. Lo psicopatico si è reincarnato in uno dei sette ragazzi, o è sopravvissuto la notte in cui è stato considerato morto? Solo uno dei ragazzi conosce la risposta. Adam "Bug" Heller (Max Thierot) doveva morire la notte di sangue in cui il padre è impazzito. Senza sapere dei reati terrificanti del padre, è stato tormentato dagli incubi sin da quando era un bambino. Ma se Bug spera di salvare i suoi amici dal mostro che è ritornato, deve far fronte ad un male che non si darà pace... fino a quando non terminerà il lavoro che ha iniziato il giorno in cui è nato.

Fanny e Alexander

Un film di Ingmar Bergman. Con Erland Josephson, Pernilla Allwin, Gertil Guve, Ewa Froeling, Harriet Andersson. Titolo originale Fanny och Alexander. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 312 (197) min. - Svezia 1982.

Locandina Fanny e Alexander
Divisa in 5 capitoli (1. il Natale; 2. il fantasma; 3. il commiato; 4. i fatti dell'estate; 5. i demoni), un breve prologo e un lungo epilogo, è la storia della famiglia Ekdahl di Uppsala tra il Natale del 1907 e la primavera del 1909 con una sessantina di personaggi, divisi in quattro gruppi, che passa per tre case e mette a fuoco tre temi centrali: l'arte (il teatro), la religione e la magia. Congedo e testamento di Bergman, uomo di cinema, è una dichiarazione d'amore alla vita e, come la vita, ha molte facce: commedia, dramma, pochade, tragedia, alternando riti familiari (lo splendido capitolo iniziale), strazianti liti coniugali alla Strindberg, cupi conflitti di tetraggine luterana che rimandano a Dreyer, colpi di scena da romanzo d'appendice, quadretti idillici, intermezzi di allegra sensualità, impennate fantastiche, magie, trucchi, morti che ritornano. Un film “dove tutto può accadere”. Compendio di trent'anni di cinema all'insegna di un alto magistero narrativo. Ebbe 4 Oscar (miglior film straniero, fotografia di Sven Nykvist, scenografia, costumi): un primato per un film di lingua non inglese. Girato in doppia versione, per cinema e TV.

Carter

Un film di Mike Hodges. Con Michael Caine, Britt Ekland, Ian Hendry, John Osborne Titolo originale Get Carter. Drammatico, durata 112 min. - USA 1971.

Locandina Carter
Dal romanzo Jack's Return Home di Ted Lewis: Jack Carter, piccolo criminale, indaga sulla morte del fratello, ucciso in un brutto giro di malavita, lo vendica e passa al cimitero. Uno dei maggiori pregi di questo violento gangster britannico è l'atmosfera, che richiama i romanzi di Raymond Chandler. Ottima interpretazione di M. Caine. È diventato, anche come precursore di un cinema di morbosa violenza erotica, un cult per gli amanti del noir. Rifatto con attori neri in Hit Man (1972) di George Armitage.

Voglia di vincere

Un film di Rod Daniel. Con Michael J. Fox, Jerry Levine, James Hampton Titolo originale Teen Wolf. Commedia, durata 91 min. - USA 1985.

Locandina Voglia di vincere
Scott (Michael J. Fox) è uno studente nel pieno dell’adolescenza e non riesce a emergere come vorrebbe, né a conquistare la ragazza che gli piace. Scopre di essere un licantropo e grazie a quello realizza i suoi desideri, diventando un asso del basket, anche se poi comprende che tutto sommato preferisce riuscire nella vita con le sue forze “normali”. Teen comedy che azzecca il parallelo tra licantropia e turbe adolescenziali e azzecca anche il protagonista, Michael J. Fox, simpatico nel personaggio. Per il resto è mediamente divertente, ma è un buon successo di pubblico (oltre 33 milioni lordi di incasso negli USA), sulla scia della fama ottenuta dal protagonista quello stesso anno con il primo Ritorno al futuro

Requiem for a Dream

Un film di Darren Aronofsky. Con Ellen Burstyn, Christopher McDonald, Jennifer Connelly, Louise Lasser, Keith David. Drammatico, durata 101 min. - USA 2000.

Locandina Requiem for a Dream
Dal romanzo (1978) di Hubert Selby Jr., che l'ha adattato col regista e interpreta una particina, questo 2° film di D. Aronofsky – dopo ? - Il teorema del delirio – è un cupo dramma sulla società degradata e “drogata” degli USA, rispecchiata nei personaggi principali: Sarah, matura vedova (Burstyn) videointossicata che esce dal suo stato letargico soltanto quando le promettono un'apparizione nel suo quiz TV preferito; Harry, suo figlio tossico (Leto), che sogna di diventare uno spacciatore d'alto bordo con l'amico Tyrone (Wayans), e Marion, fidanzata di Harry (Connelly), operatrice disoccupata di abbigliamento che si prostituisce. Questo interno di umanità perdente alla deriva è raccontato con immagini visceralmente sperimentali (fotografia: Matthew Libatique) e un montaggio convulso. Il tutto all'insegna di una compiaciuta retorica dei cattivi sentimenti.

Riccardo III - Un uomo, un re

Un film di Al Pacino. Con Al Pacino, Harris Yulin, Timmy Prairie, Alec Baldwin, Aidan Quinn. Titolo originale Looking for Richard. Commedia, Ratings: Kids+16, durata 109 min. - USA 1996

Locandina Riccardo III - Un uomo, un re
Non è un film “da”, ma “su” Riccardo III (1592-93) di W. Shakespeare. L'operazione di A. Pacino, al suo 1° film come regista/sceneggiatore, fonde l'inchiesta urbana, il film sul film, la trasposizione filmica di un testo teatrale. Già applaudito interprete del dramma sul palcoscenico, Pacino s'interroga sul senso e sui modi dell'operazione, raccogliendo risposte dai collaboratori, dalla gente per la strada, da interpreti e registi scespiriani (John Gielgud, Kenneth Branagh, James Earl Jones, Vanessa Redgrave, Peter Brook) e da critici (Derek Jacobi, Barbara Everett). In un montaggio alternato che talvolta confonde i piani, si avvicendano i passi salienti della tragedia, le interviste, le prove a tavolino con gli attori. Il vero protagonista di questo docudrama non è il re gobbo di Shakespeare, ma l'italoamericano Pacino con le ombre dei personaggi “cattivi” che ha interpretato sullo schermo. È anche un originale tentativo per misurare la modernità di Shakespeare, nostro contemporaneo. Pacino lo fa con intelligenza, energia, passione.

Al Capone

Un film di Richard Wilson. Con Rod Steiger, Martin Balsam, Fay Spain, James Gregory Drammatico, b/n durata 105 min. - USA 1959.

Locandina Al Capone
Biografia critica del celebre gangster Alphonse Capone (1895-1947). È evidente lo scrupolo di ambientare storicamente la vicenda e il personaggio, illuminandone le cause contingenti (politici, giornalisti e poliziotti corrotti) e strutturali (la stessa società nordamericana). Eccellente R. Steiger.

Money Train

Un film di Joseph Ruben. Con Robert Blake, Wesley Snipes, Jennifer Lopez, Woody Harrelson Poliziesco, durata 103 min. - USA 1995.

Locandina Money Train
Il bianco Charlie (Harrelson) e il nero John (Snipes) sono fratellastri (per adozione) e colleghi nella polizia di sicurezza della metro di New York. Lo scriteriato Charlie, nei guai per debiti di gioco, la notte di S. Silvestro rapina il treno speciale che rastrella dalle biglietterie delle stazioni centinaia di migliaia di dollari. Pur riluttante, il saggio John l'asseconda. Simpatico film a due facce: comincia come ritratto di una strana coppia e del loro conflittuale rapporto e diventa un film su un colpo grosso, occasione per una spettacolare sequenza mozzafiato. Interessante descrizione semidocumentaristica del servizio di sicurezza della MTA (Metropolitan Authority) e un memorabile Blake come megalomane superiore dei due.

L'Esercito degli Angeli

Un film di Stein Leikanger. Con Fredrik Stenberg Ditlev-Simonsen, Martin Eidissen, Frederick Paasche, Gjertrud L. Jynge. Titolo originale När jag träffade Jesus... med slangbellan. Commedia,Ratings: Kids, durata 88 min. - Norvegia 2000.

Locandina L'Esercito degli Angeli
Nella Norvegia degli anni '30, Oddemann, un ragazzino curioso che riesce a vedere le cose che gli adulti hanno smesso di notare, trascorre le sue giornate in una piccola fattoria vicino a Oslo, scervellandosi sul comportamento delle persone che lo circondano. Ha deciso che non vuole crescere: il mondo adulto non lo tenta per niente, gli adulti sono troppo seri o troppo arrabbiati.

Drugstore Cowboy

Un film di Gus Van Sant. Con Matt Dillon, Kelly Lynch, James Remar, James LeGros, William S. Burroughs. Drammatico, durata 100 min. - USA 1989.

Locandina Drugstore Cowboy
Due coppie di tossici attraversano gli States nei primi anni '70, rapinando drugstores, braccati da un poliziotto. La loro vicenda è raccontata in flashback dal capo (Dillon, in gran forma) della “famiglia” che vorrebbe uscire dal tunnel. Sceneggiatura del regista e di Daniel Yost da un romanzo autobiografico inedito di James Fogle, scritto in carcere. 2° film di Van Sant, ha il merito di raccontare i personaggi con lucidità, senza compiacimenti né moralismi, con una forza visiva di grande efficacia nella sua scioltezza, suggerendo le radicali scelte esistenziali che sono all'origine della loro vita allo sbando sotto il segno dell'eccesso. Nella piccola parte di un prete tossicodipendente c'è lo scrittore W.S. Burroughs (1914-97) con cui nel 1991 Van Sant realizzò il cortometraggio sperimentale Thanksgiving Prayer sui miti del “sogno americano”.

Ken il guerriero - La leggenda di Toki

Un film di Kobun Shizuno. Con Hiroshi Abe, Kenyuu Horiuchi, Takashi Ukaji, Aya Hirano, Chikao Ohtsuka. Titolo originale Shin Kyuseishu Densetsu Hokuto no Ken: Toki-den. Animazione, durata 60 min. - Giappone 2008.

Locandina Ken il guerriero - La leggenda di Toki
Protagonista del penultimo capitolo della saga tratta dal celebre manga è Toki. L'OAV esplora la vita del personaggio giungendo ad inaspettati retroscena.

Mr. Bean - La serie animata

Un film di Alexei Alexeev, Miklós Varga. Formato Serie TV, Titolo originale Mr. Bean: The Animated Series. Animazione, - Gran Bretagna 2002

Locandina Mr. Bean - La serie animata
Versione a cartoni animati del famoso personaggio reso famoso dalla mimica dell'attore Rowan Atkinson. Nella versione originale Mr. Bean è doppiato dallo stesso Atkinson.

5 gennaio 2012

J. Edgar

Un film di Clint Eastwood. Con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Josh Lucas, Judi Dench. Biografico, durata 137 min. - USA 2011. - Warner Bros Italia uscita mercoledì 4 gennaio 2012.

Locandina J. Edgar
Nominato capo dell'FBI dal Presidente Calvin Coolidge, J. Edgar Hoover è un giovane uomo ambizioso nell'America proibizionista. Figlio di un padre debole e di una madre autoritaria, Edgar è ossessionato dalla sicurezza del Paese e dai criminali che la minacciano a suon di bombe e volantini. Avviata una lotta senza esclusione di colpi contro bolscevichi, radicali, gangster e delinquenti di ogni risma, il direttore federale attraversa la storia americana costruendosi una reputazione irreprensibile e inattaccabile. A farne le spese sono i suoi nemici, reali o supposti, tutti ugualmente ricattabili dai dossier confidenziali raccolti, archiviati e custoditi da Helen Gandy, fedele segretaria che rifiutò il suo corteggiamento e ne sposò la causa. Quarantotto anni di ‘azioni' (il)legali, otto presidenti e un sentimento dissimulato dopo, quello per il collaboratore Clyde Tolson, Edgar detterà la sua biografia e le sue imprese: la rivoluzione investigativa, la consolidazione del Bureau, la ‘deportazione' dei comunisti, la cattura di John Dillinger e George Kelly, le indagini lecite sui rapitori di Baby Lindbergh e quelle illecite sulle Pantere Nere o sul Movimento per i Diritti Civili di Martin Luther King. Una vita romanzata e smascherata al tramonto dalla coscienza di Tolson e dall'incoscienza del peggiore dei presidenti.
Il mondo è imperfetto e Clint Eastwood lo ribadisce ogni volta che può. Ad essere perfetto è il suo sguardo sul mondo, dove ancora una volta un criminale 'rapisce' un bambino e dove il bambino scomparso diventa l'immagine dell'innocenza di un Paese sulla soglia di una crisi. In J. Edgar, come in Changeling, a una mamma viene sottratto il figlio e la polizia è incapace di porvi rimedio. A indagare ci pensa lo zelante Edgar Hoover, ansioso di accreditare il valore dell'FBI e di raggiungere la notorietà, a cui ha sacrificato affetti e vita privata. Perché Edgar è un disadattato ossessionato dalla carriera e dalla conservazione del ruolo, che fa giustizia dei criminali e assicura alla giustizia il presunto colpevole del primo kidnapping della storia americana. Ma Edgar è pure la protervia del potere poliziesco e politico contro cui combatteva la madre ostinata di Angelina Jolie, è il distintivo che giustifica qualsiasi nefandezza, intercettazione, pestaggio, è l'uomo che spia, imbroglia e ricatta amici e avversari, è l'America paranoica che combatte i propri nemici diventando come loro e che disarma i 'radicali' impugnando le armi del terrore e condannandosi a morte. Edgar Hoover secondo Eastwood è ancora il più grande talento recitativo nazionale, il protagonista di un racconto che affonda le sue radici nei miti fondativi della cultura e dell'immaginario americano. È il doppio di James Cagney, interprete di un G-Man e di un cinema che celebra i metodi scientifici dell'FBI e l'abnegazione dei suoi agenti contro il nemico pubblico, incarnato dallo stesso attore e incarnazione di un individualismo gangsteristico senza futuro. Leonardo DiCaprio, già interprete per Scorsese di una megalomane icona del sogno americano (The Aviator), presta il volto e la ‘maschera' a un uomo distaccato che concepisce ogni relazione come una partita a carte, abituato a soffocare ogni passione e attento a evitare di compromettersi con le donne e con la vita. Eastwood lo chiude in un limbo di sentimenti raggelati lungo il contraddittorio confine tra legalità e illegalità, lasciando che lo spettatore, nel modo del cecchino di Un mondo perfetto, 'spari' su quello che crede di aver visto negli andirivieni cronologici. Nel percorso di imbruttimento, invecchiamento e corruzione a cui il regista sottopone il protagonista, si inserisce con un bacio rubato e un ballo mancato un inedito sentimento di pietas che inverte la direzione del film. Se Changeling avviava una storia d'amore che si faceva politica nel suo svilupparsi, J. Edgar impone il dramma emozionale tra Hoover e Tolson sugli aspetti politici, assicurando al protagonista l'empatia del pubblico e insieme rimanendo fedele alla sua identità originaria. Con l'onestà estetica di chi non bara e non trucca perché sa che il trucco è già compreso nel mondo e nelle sue maschere, (s)mascherate da quelle senili di Leonardo DiCaprio, Armie Hammer e Naomi Watts, Clint Eastwood gira in costume una vicenda politica 'contemporanea'. Dentro una biografia emotivamente riservata e reticente, dietro una relazione a proprio agio negli interni, dove l'imbarazzo e la crescente attrazione divengono palpabili, dove un fazzoletto si fa vettore emotivo e fisico di una passione intercettabile, l'autore americano dimostra l'acume politico del suo cinema. Un cinema alla ricerca di un bagliore di innocenza nel cuore nero dell'America.

Finalmente maggiorenni

Un film di Ben Palmer [II]. Con Simon Bird, James Buckley, Blake Harrison, Joe Thomas, Lydia Rose Bewley. Titolo originale The Inbetweeners Movie. Commedia, durata 100 min. - Gran Bretagna 2011. - Eagle Pictures uscita mercoledì 4 gennaio 2012.

Locandina Finalmente maggiorenni
Quattro amici della periferia di Londra, Will, Simon, Jay e Neil, hanno appena concluso gli studi superiori e le loro strade stanno per separarsi. Per risollevare il morale di Simon, da poco abbandonato dalla ragazza, decidono di organizzare una vacanza estiva prima di salutarsi. Con un biglietto per Creta e un bagaglio pieno di frustrazioni sessuali e di spirito goliardico, i quattro adolescenti finiscono in un vecchio appartamento fatiscente e iniziano da subito a scoprire le delizie della vita notturna di Malia. In uno dei locali più squallidi della città incontrano quattro ragazze inglesi, apparentemente perfette per dare vita alle tanto agognate avventure estive. Se solo non fossero davvero troppo imbranati per riuscire nell'impresa.
Oltre a presentarsi come il figlio imberbe nato da un incrocio fra American Pie e la realtà suburbana dei romanzi di Jonathan Coe e Roddy Doyle, Finalmente maggiorenni è prima di tutto il prolungamento per il cinema di una popolare sit-com inglese. The Inbetweeners (da quel tipico momento “in between” che è l'adolescenza) è stata per tre brevi stagioni la versione british del classico racconto di iniziazione sessuale dei teen movies americani: una serie incentrata sulle tragicomiche disavventure di quattro giovani loser della periferia inglese. Rispetto agli episodi televisivi, incentrati sulla dimensione quotidiana e ordinaria del tipico studente di liceo, la versione per il cinema si confronta con l'extra-ordinario delle vacanze estive, ampliando il campionario di possibili brutte figure fino a farne un catalogo di improvvide imprese dettate solo da impulsi ormonali.
Ma anche se il tipo di situazioni cui danno vita i quattro inbetweener in libera uscita non sono poi così dissimili dai vari trip dei coetanei americani, sono soprattutto il ritmo e lo stile narrativo della commedia a rinnovare una formula immarcescibile. Del tipico teen movie di produzione industriale, Finalmente maggiorenni perde quel sapore artificioso e quel rigido impianto che tende a subordinare la narrazione alla comicità, facendo somigliare i film più a una catena di montaggio di umiliazioni forzate. Al contrario, beneficia di una certa felicità di scrittura, oltre che di un gruppo di personaggi ben costruiti nelle loro differenze e somiglianze. Dal nerd petulante al bravo ragazzo ingenuo e innamorato, dall'incontenibile erotomane al giovane bamboccione, ognuno dei protagonisti si lancia nelle proprie vergogne verbali e corporali con estrema naturalezza. In questo modo, anche dalla volgarità si diffonde, per una volta, un misto di goffaggine ed eccitazione, o meglio, una maggiore empatia nei confronti degli adolescenti, capace di mettere assieme i giochi di parole più sboccati e le gag più triviali con una tenera descrizione dei palpiti sentimentali e delle iniziazioni sessuali.
Certo, rispetto alla serie televisiva, il film risente di una certa ridondanza che in dirittura d'arrivo gli fa perdere i suoi ritmi serrati e si vede sopraffare dall'accumulazione di cliché. Ma il tutto avviene senza chiuse sentimentali o passaggi forzati sul tempo che passa e sull'esperienza della crescita. Lasciando solo sedimentare i giusti sentimenti dietro alla forma della commedia pura e dentro all'unica dimensione esistente quando si è adolescenti: il presente.